Sconosciuti

Volevo fare un polverone trattando ancora di Americanate, ma proprio un paio di giorni fa mi sono ritrovata a parlare con uno sconosciuto di un argomento che spesso giace nel girone del vanitosi dopo aver percorso il vasto ramo della filosofia spicciola.
Ma la lingua inglese permette più inflessioni di quante l’italiano possa esprimere mettendo in riga “Capito?”, “no?” “Cioè” e in allegato tutta la serie di gesticolii.

Questi Americani la fanno più facile degli italiani, sarà che si arrangiano per la maggior parte dei casi rigirando i condizionali come calzini?chissà perchè? Questione di facilità?

Insomma, penso che sia così anche per l’Arte, abbiamo un sacco di concetti in un’ipotetica lingua universale. Funziona così: tutti parlano, chi più, chi meno, ma comunque per esprimersi e farsi capire. Poi accade che qualcuno dice qualcosa di così colorato e scostante da ciò che gli altri un minuto fa mormoravano, che crea un po’ di movimento, approvazioni, dibattiti, riscontri e proteste. Il tutto per aver espresso se stesso in modo personale. Questo è, a mio parere, l’Arte, disse lo sconosciuto rimettendosi il cappello e lasciando sul tavolo del Benvenuto Cafè una manciata di dollari come mancia.
Mancia per un caffè che non aveva mia preso.

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Nella mia settimana di vacanze passata a New York ho cercato più volte di ricordarmi dove fosse un posto nel quale mi ero fermata mesi prima, all’inizio dell’estate, in uno dei miei ultimi weekend lunghi, liberi.
Un locale che avevo trovato per caso facendomi sorprendere da un’appiccicosa pioggia. Dalla vetrina avevo visto un grande tavolo in mogano, non molto alto e con gli sgabelli in legno. Non c’erano che una manciata di persone, qualcuno seduto davanti al proprio laptop, altri impegnati a leggere un libro o giornale.
Ci sono entrata, rendendomi conto dopo pochi passi che si trattava di uno Starbucks.
Non avevo ancora iniziato la mia battaglia contro gli stereotipi e stavo per uscire subito, ma la pioggia si era fatta scrosciante e mi trovavo sulla 31esima strada, quella zona dove se non è uno Starbucks ad accoglierti, lo farà certamente un McDonalds o una fermata afosa della Subway.
Lì ho conosciuto un pezzo di Manhattan che mi mancava. Quello di Wall Street.
Perche coloro che ci lavorano, nella pausa pranzo si vanno a rifugiare in posti così, oppure nei parchi. Non è difficile vedere uomini in camici, cravatta e zainetto stesi su qualche roccia o all’ombra di un salice in Central Park. Enormi lucertole umane, che non siete altro Newyorkesi!

Michael ha 28 anni, non è sposato -ha tenuto a farmelo sapere dopo essersi presentato-
Io ho annuito sorridendo e ripreso a leggere Wallace, ma lui ha continuato a chiedermi se per caso la macchia che avevo di inchiostro sul polpastrello dell’indice a del pollice fosse dovuta al fatto che sono una persona che prende tanti appunti.
Non so che razza di collegamento, Michael, tu stia facendo –  gli ha detto il cameriere passando accanto con una brocca fumante di caffè e riempendomi il bicchiere.
Nello Starbucks, si.
Allora ho pensato che nulla qui fosse convenzionale, che era il caso di accantonare davvero questi stereotipi e fare un passo indietro e due avanti, solo per rendersi conto che ogni volta che dico A, non è detto che sia per forza una a maiuscola.

E tutto ciò per dire che quando poi, accanto a me si andrà a sedere un americanissimo fan di Biagio Antonacci, eviterò di snobbarlo, ma guarderò con ammirazione il polsino con le iniziali dorate del suo idolo ringraziando l’Oceano per non essere proprio una muraglia tra Europa e America.
Capito?
E spargiamola un po’ di questa internazionalità, che si tratti di Morricone o di Biagio, pare sempre un buon inizio.

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#1

#DECINE
Luglio, Luglio,
sii gentile e dammi il tempo per accumulare una decina di cose insieme. Una alla volta va benissimo, una al giorno. 

 

Non viene considerata la pazienza,

la maestria nel creare coreografie di cartone su altro cartone,

non viene più nemmeno criticata l’andatura, ammirato il passo spedito,

la città si crede piccina, si veste di verde, colora le gonne delle sue abitanti e fa crescere i baffi e le barbe agli uomini.

Le pozzanghere a terra hanno da ridire sul colore della pioggia. Nel Central Park ci si sente a casa quanto sulla cinquantaquattresima,

Linea C, intere folle scendono alla fermata prima di Wall Street, lavoratori che forse hanno bisogno di sgranchirsi le gambe prima di sedersi davanti al proprio Mac.

Produttori, spazzini, commercialisti, insegnanti, disoccupati, camerieri in infradito e politici.

Li guardo, mi immagino ancora più parte di quella Domenica pomeriggio, anche se già ci sono dentro.

Accanto a me, al semaforo, la gente mangia il proprio pranzo in vaschetta, apre e chiude il quotidiano, guarda in alto, avanti, sbatte le ciglia per la polvere,

la sorpresa, la stanchezza. Siamo fermi sulle strisce, pronti per partire, scatta il Bianco,

per noi su due piedi è il via.

Ho ripreso a contare i secondi per attraversarle, le Street e le Avenue. Undici, in qualsiasi caso.

 

Il trenta giugno è la metà dell’anno, ed è un po’ come giungere alla fine del primo capitolo.

Davanti alle scuole chiuse continuano a tagliare l’erba. Dormo con la finestra aperta da una settimana, la nuvola Tropicale di umidità ha fagocitato la Long Island.

Mi piace, non è l’umido Italiano, quello che ti si appiccica addosso – è proprio un vento acquoso, che non facendoti respirare ti lascia una sensazione di fresco sulla pelle.

Immune ne è la Città dove i grattacieli riparano dal sole abbracciandoti tra pareti di vetro e cemento bollenti.

Il trenta giugno mi dice che siamo al cinquantapercento. Sei mesi sono scivolati, e con loro le coniugazioni, i gerundi e il participi, di qualsiasi tipo.

In spiaggia, con la sabbia di vetro tra ogni giuntura, le onde a rendere l’Oceano bianco, i bambini senza fretta, mamme con meno tempo, coppie, jeep dalle grandi ruote.

 

Non viene considerata la pazienza, quella impiegata per rendersi conto di essere a casa un po’ ovunque.

Sui marciapiedi, a fine giugno duemilaetredici, vendono Avocado, pesche e magliette I cuore New York,

hanno calze a righe, impermeabili gialli, ombrelli aperti ancora prima di sapere che pioverà, se pioverà.

Turisti sui Bus rossi e gialli a due piani scattano foto ad altri turisti, i taxi superano altri taxi.

China Town non è mai stata così viva e a pensarci mi vien voglia di tornare a casa in Italia, prendere per mano tutti coloro che si sono rifiutati di assaggiare involtini primavera e anatre laccate

e portarli a mangiare al Jing Fong Restaurant sulla Elizabeth St. Offrirei io, la prima sera.

Gli abitanti della Grande Mela si mescolano tra loro, non si conoscono ma si riconoscono. Fanno finta di non avere tempo, evitano il centro dei marciapiedi e Times Square.

Si nascondono nei parchi o nei Deli, dopo essere usciti dagli uffici, cantieri, laboratori.
Pagano i Cinema dietro casa ed evitano Broadway perchè il denaro è tempo.

I grattacieli più alti, per loro, resteranno sempre quelli dell’Undici Settembre.

Entrano negli Starbucks, escono dalle metro, vivono nel Bronx e lavorano a Manhattan, fumano di nascosto dai figli, non si lamentano dell’aria condizionata nei treni, uffici e negozi. Piuttosto hanno tutti un maglioncino in borsa, una confezione di fazzoletti e le donne, quelle si, sempre un rossetto.

Li accomuna la voglia di restare dove sono.

#9

A verder come la gente si saluta
mi viene un dubbio: sulla faccia della terra
d’esserci solo io bugiardo
 [Zavattini]

 

Ed è proprio così. Ci lamentiamo del troppo finto-interesse italiano, non appena oltrepassata la fase sconosciuti, poi finiamo dall’altra parte del mondo e capiamo che c’è di peggio.

Intanto
che gusto c’è nel ricevere quella manciata di Benegrazie, tutto attaccato, quotidiano?
Perché non che mangi sta sera?
Io davvero sarei più interessata rubare qualche idea per cena,
piuttosto che continuare a sbattere la testa contro status sociali tutti uguali.

Dicevo,
qui invece non si supera nemmeno la soglia in certi casi. Nei negozi, per esempio. Basta entrarci per sentirsi chiedere
(Hi) how are you?
All’inizio (come ogni Europeo che giunge qui pensando di sfruttare il traduttore parola-per-parola) non capivo il perché di tanto interesse, nonostante mi vedessero comprare il latte ogni giorno.
Così mi selezionavo le risposte qualche minuto prima di parcheggiare la macchina davanti al supermercato.
Fine era diventato scontato dalla terza volta.
Pretty good mi faceva sentire mediocre, ma andava bene di venerdì, a fine settimana lavorativa.
Not bad lo usavo quando ero di buon umore, giusto per non vantarmene.
A volte perfino rivoltavo la domanda.
Poi, una domenica mattina stavo finendo la mia porzione di pancakes in un locale sulla ventitreesima e qualcuno mi spiegò che nessun Americano si aspetta una vera e propria risposta. Davvero, bastava il fine scontato.
Piuttosto è importantissimo rispedire la stessa domanda al mittente, per non dimostrarsi
come dire, strafottenti.
E la cosa si ferma lì, con un punto di domanda.

Perchè lo fanno? Chi gliel’ha insegnato?
Non si sa, ma sembra sia buona educazione interessarsi al nulla altrui.

Io ci sono un po’ rimasta male, quella domenica.
Sono uscita da quel posto così carino, con le tovaglie a quadri bianchi e rossi, senza nemmeno finire la mia colazione.

Ci ero entrata nemmeno dieci minuti prima e alla domanda how are you avevo risposto Starving.

#6

Questa mattina dovevo andare a consegnare un assegno di venti dollari al bowling del paese accanto. Vallo a chiamare paese poi. Una strada, negozi da entrambe le parti e attorno case in ordine geometrico come decorazioni persiane sui tappeti.
Il bowling si trovava al centro di una rotonda immensa, dove le macchine dovevano fare il giro di trecentosessanta gradi almeno due volte prima di imboccare l’entrata giusta. E pure contromano.

Prima di salutare il commesso addetto ai birilli e agli scarponcini dai lacci fluorescenti gli ho chiesto come mai il locale fosse stato costruito in un posto così
come dire,
inusuale.

La storia è più o meno questa:  molto tempo fa non c’era nulla su questa parte di Isola, poi qualcuno ha iniziato a chiedersi se non era il caso di animare un po’ quella zona, affacciata sulla Baia Oceanica. La gente si sentiva un po’ isolata e dimenticata, distante dalla grande New York. Un negozio c’era in effetti. Market-Office, lo chiamavano. Fungeva da poste, bar, pub e alimentari.
A volte pure da consultorio. Così, ad un certo punto, gli abitanti della piccola località balneare hanno raccolto i fondi necessari per costruire un teatro. Le pratiche andarono avanti per un po’, ed alla fine la mentalità vinse sulla cultura. Il bowling fu costruito in qualche mese e alcune poltroncine rosse vennero salvate prima ancora di essere scartate dai propri involucri di nylon e sistemate al suo interno in ricordo di un’idea.
Da quel momento in poi nel giro di tre miglia sono sorti molti nuovi edifici. Outlet, farmacie, palestre e cinema. Le persone dei paesini accanto hanno iniziato a spostarsi verso quel centro così avanzato e all’avanguardia
ed in seguito è stato necessario far passare nuove strade per collegare la cittadina alle località più piccole. Il bowling finì proprio al centro di una rotonda. In realtà avrebbe dovuto essere demolito, ma la gente protestò fino a che gli ingegneri non si arresero e lo inglobarono all’interno della grande giostra per automobilisti.

La storia è al limite del credibile, ma ora sostituite in ordine le parole in corsivo con:
Quindici anni fa
il sindaco del paese
nel 1998
qualcosa come due anni
Dal 2000 in poi
dieci anni fa

Ora mi sento meno giovane e con un’incredibile voglia di collezionare qualsiasi cosa che abbia più della mia età.

 

#2

Il treno al mattino che porta a New York non è mai stato così lento. Puntualissimo, ma lento.
Avevo dimenticato tutto. Libro, occhiali, soldi, documenti. Se mi fermavano ero nessuno.
Anche se non mi fermavano, in realtà. Tra la folla della qurantasettesima o della cinquantesima ero comunque chiunque. Che è peggio di nessuno.

New York mi ha odiata per averle dato il Buongiorno in italiano.

Poi le cose si sono arrotolate su se stesse, hanno preso un forma color ocra e blu e gialla, soprattutto una forma gialla.
E abbiamo camminato ovunque, io e altri due piedi finalmente italiani.

È capitato che a volevo tornare in Italia a mezzogiorno. Cose che se non lo fai subito stai male.
La sera invece, al ritorno verso casa ci avevo già ripensato. Cose che è meglio non ripensarci più.

Ora io lo so, sono i treni che fanno cambiare idea. I treni o i colori.
Ma parliamo dei treni.
Basta sedersi non al solito posto, sbadigliare,
cambiare punto di vista,
iniziare a scarabocchiare il volto del vicino di fronte su un block notes
ed ecco,
domani pizza all together, con sconosciuti che sconosciuti non sono più.
Ora perdonami grande mela, accetto tutto. Davvero, anche il caffè acquatico, ma ti prego,
ti prego in inglese
se preferisci,
ma non farmi perdere più.

Non serve che tu mi nasconda,
da chi poi? Lasciami pure in vista.
Tanto
in Italia ancora, ancora non ci torno.

 

Il mio colore preferito è l’Oceano

Mi hai chiesto,
ma per strada, si girerebbero a guardarla?

Non ha intenzione di smettere di stupirmi questo continente.

Dopo la baia, la laguna.
E oltre l’Oceano.
Mi ha resa assente da quando ci sono entrata dentro, con lo sguardo.
Ho raccolto conchiglie, nelle tasche,
sabbia nelle scarpe.
Cinque miglia di costa sabbiosa, nessuno a calpestarla, diamo la colpa a Febbraio.
Il contrasto mi faceva impazzire, com’è che non mi era concesso di trovare le parole -anche tagliate corte-
per replicare?
Anche a distanza di giorni,
ammetto che la migliore
tra tutte le soluzioni
è arrendersi al suo colore, il mio preferito.

*

La macchina procede spedita, limite di novanta, ma noi ci possiamo permettere gli ottanta, prima di iniziare a scricchiolare.
Sto guidando verso la stazione di Ronkonkoma, mezzogiorno appena passato.
Cambio automatico, non mi diverto nemmeno un po’. Occupo la mano destra con un caffè, il piede sinistro fa pressione su una frizione invisibile.

Un’ora e mezza in treno, per poi uscire a due passi da Times Square.
Ho tempo per fare qualsiasi cosa, anche fingermi residente con i venditori ambulanti agli angoli delle strade. I tassisti non guardano negli occhi chi vive in città. Scatto una foto e mi tradisco.
Le ore scorrono come minuti, perdo la cognizione del tempo ed è già buio fuori da Times Square.
Vago fino a raggiungere Broadway, prendo la prima metro che trovo, sperando di azzeccare la linea. Vengo mangiata dalla subway e digerita sulla Union Street di Brooklyn, la mia destinazione. Nevica e sembra di stare a Trieste, è quello che penso.
Alle otto di sera sono davanti al locale, il biglietto in mano.

BOY
– Today, 9 PM – sold out

Pochi giorni dopo il mio arrivo negli States mi sono imbattuta in questo duo facendo zapping su YouTube. Tra un avocado e il silenzio delle giornate nella periferia di Seattle, scoprire e archiviare. Archiviare e sperare di non dimenticare.

Insomma, ora che mi trovo nei pressi di New York mi rendo conto che il centro del mondo potrebbe essere proprio qui. Tutto ciò che mi potrebbe venire in mente, ogni domanda che potrei pormi, è contenuta nel cuore della grande.
C’è qualsiasi cosa. Addormentarsi con la consapevolezza di far parte di un enorme Patchwork e la certezza di non avere freddo.

Sono qui, stento ad entrare, l’essere sola mi disperde le azioni. Dondolo sulle gambe, sbircio dalle finestre.
Un Bar? Un posto dove bere in allegria con amici per tornare a casa ubriachi a braccetto. Che ho sbagliato? Qualsiasi cosa sia, mi piace.
Mostro il biglietto, mi faccio timbrare la mano dall’omone all’entrata, sì, ho ventun’anni già compiuti da un ben po’, e sono dentro.

Non c’è molta gente, ma tutti i tavolini sono occupati, vedo solo un posto libero al bancone, accanto ad una ragazza che sta sorseggiando tranquillamente un bicchiere d’acqua e lime.
L’atmosfera è talmente surreale da farmi sentire subito a mio agio.
Tepore, musica e risa, bancone in legno, librerie alle pareti fino al soffitto. Luci soffuse e capelli sciolti, il barman mi saluta e dice che erano passati mesi dall’ultima volta che ci siamo visti, tutti si girano, io saluto e faccio come se fosse la stessa storia, stesso bar.

Ordino una birra e osservo le coppie giocare a bocce sulle due piste costruite una accanto all’altra proprio all’interno. A bocce ci giocano gli italiani annoiati in spiaggia, mentre qui si stanno perfino divertendo, con un rosso in mano e la ragazza che fa il tifo dal bordo-pista.
E ora? Mancano quaranta minuti all’inizio del concerto, dovrò aspettare ancora. Forse il tempo di un’altra birra.
Mi chiedo se sia veramente stata una buona idea venire qui da sola.
Crollano all’istante i buoni propositi di indipendenza ma non mi muovo, giro soltanto la testa verso la porta d’ingresso
ed è allora che li vedo.

Sono due ed hanno la mia stessa aria smarrita, ma soprattutto lo stesso biglietto in mano. Entrano, lei fa una faccia a metà strada tra sorpresa e sconvolta. Già, pure io mi aspettavo tutto tranne che un Pub. Un Pub con un campo di bocce al centro.
Lui la guarda, probabilmente si sta chiedendo la stessa cosa, ma punta già al bancone.
Vedo la scena da fuori, quasi fossi alta tre teste più di tutti, ma nessuno mi vede ne sente. Mi giro di più, le gambe accavallate si sciolgono e mi ritrovo in piedi.
Dieci minuti più tardi siamo seduti accanto alla pista, con hamburger e birre sulle panche di legno.
Non si è capito se Shon e Heidi siano consanguinei o fidanzati. Mi coglie la sensazione che si stiano divertendo a farmi credere il contrario di ciò che sembrano. La cosa certa è che -come me- sono qui per la prima volta, attirati da chissà quale alchimia che avvolge chi ascolta Valeska e Sonja suonare insieme. Personalmente non mi capitava dai tempi di Bon Iver.

Scopriamo che il duo non si esibirà dietro il bancone ne sul campo da gioco delle bocce, ma al piano inferiore. A dieci minuti dall’inizio si è formata una folla abbastanza grande da impedire il proseguimento del gioco,
ora la prevalenza delle persone aspetta l’accesso alla sala-concerti.

Il palco di legno, le chitarre pronte.
Mi faccio spazio tra ascelle e gomiti e finisco in prima fila. Perdo di vista Sean e compagna, ma li ritrovo con le mani alzate a metà sala, a chiedermi a gesti come ci sia finita la davanti. Non mi sposto, resto qui, ad un passo dal microfono e dagli spartiti buttati a terra

Mi sento in compagnia, seppure sia arrivata sola. Nessuno mi conosce, nessuno conosco, ma siamo tutti negli stessi cento metri quadrati.
La musica ci inghiotte,
sono solo voci e chitarre, corde tese. Mani sui tasti bianchi e neri.
Sono solo persone.

Si, per strada si fermerebbero tutti a guardarla, se solo camminasse cantando, seppur sottovoce.

La ragazza accanto a me -nelle pause- tira fuori un libro e legge, un uomo riprende a pochi metri – e sono sicura che ha guardato più lo schermo della videocamera che il palco nell’ultima ora. Mi sento stretta, qualcun’altro mi pesta un piede e allora mi giro.
Ci si guarda, si scambia una battuta e si finisce a bere un cabernet all’una di notte, in quattro.
Io, un americano, una colombiana e un cinese. Non è una barzelletta.

L’America fa così: ruba, non nasconde.
Questa volta si è portata via la nostalgia, quella che mi legava in modo quasi doloroso all’Italia e a tutte quelle cose che vengono in mente quando sei lontano da casa. Chi hai lasciato. Chi non ritroverai al ritorno.
Viviamo proprio di relazioni umane, non ci possiamo proprio definire indipendenti.

*

L’alba delle sei e sono sul treno. New York si sveglia dopo una notte insonne, le luci si spengono e ricomincia un’altra giornata che in realtà non è mai finita.

Perchè non organizziamo qualcosa la settimana prossima? Chi lavora, chi studia, chi come me fa un po di zapping tra l’uno e l’altro.
Ho una bici, io del tempo libero. E tu che hai oggi?

Ha ripreso a nevicare anche sull’Isola a forma di Pesce.
noi festeggiamo l’arrivo di questa primavera.

A nudo, finalmente sotto la doccia nella periferia di New York

Sarai felice di sapere che avrai una camera tua, sempre con letto a due piazze e qualcosa in più, un armadio, pavimento in legno, ah e sì, anche un bagno privato. E se canto non si sente, così hanno detto. Stai attenta, la porta del frigo cigola. Di notte ti potrebbero sentire.

Gli intonaci bianchi, i battiscopa in legno, la lampada in vetro smerigliato sul comodino mogano. E questo profumo di Casa che si sparge ovunque ovunque ovunque. Non che vada pazza per l’arredo vintage-legnoso, ma ha un che di accogliente perfino il comodino per i calzini.

Da quanto non sentivo il fresco odore di spazio?
Sono finalmente arrivata a destinazione. Oltre New York, in una cittadina a sud della Long Island, dove da dietro un metro di neve mi ha accolto il nuovo Host Dad, nonché papà dei due bimbi dei quali mi occuperò.

Sorridente, con un andazzo da “ehi-ho-appena-assaggiato-un-cabernet-pazzesco” ed un inglese scandito a piccoli pezzetti chiari e tondi, mi ha fatto una tra le buffe impressioni di Americano.
Abbiamo aspettato la valigia, che puntualmente è arrivata sul nastro, insieme a quelle degli altri venti passeggeri.
Ebbene sì, dopo lo scalo a Philadelphia sono salita su un aereo non più grande di un autobus extraurbano. Per un attimo, prima di accedere alla cabina, mi sono immaginata in prima classe, con pantofole morbide e mascherina, quasi fosse un jet privato per quelli come me che cambiano aria, invece mi sono ritrovata attaccata al finestrino, soppressa da una simpatica signora in maglione Ciano-Cielo di almeno un centinaio di chili, ma con la quale ho
scambiato le più piacevoli chiacchiere delle ultime quattro settimane. Le apparenze non ingannano: tanta sostanza, eccetera eccetera.

Sulla via verso la nuova casa le strade erano completamente gelate, bianche e soprattutto a due corsie. Evviva! Niente più immaginario terrore su quelle a sei di Seattle (che comunque non ho mai fatto in macchina, ma al solo pensiero rabbrividivo).

E qui mi fermo, prendo aria, da dove comincio? Si i(n)spira dalla bocca o dal naso?

Thè Verde. E attorno il nuovo mondo.

Per prima cosa le mie mani. Mani che hanno portato centinaia di cestini della lavanderia, alzato creature piangenti post-nanna, mescolato pappette, aperto e chiuso forni a microonde con biberon da scaldare, mani lavate ancora e ancora dopo aver cambiato pannolini, fatto da mangiare. Non contemporaneamente. Quasi trenta giorni, tutti visibili tra le crepe sulle nocche e polpastrelli. Carini i mignoli in particolare, così paffuti e storti ora.

Dopo le mani, un mobilio comprensivo di pianoforte nero a coda, tavolo di marmo in puro American style in cucina e un paio di Host Parents super busy attorno, a tagliarmi fettine di formaggio al caffè (italiano?) sul tagliere in ciliegio.

Oltre: i muri. Finalmente di cartone più resistente. La casa di per se sembra un castello color crema in miniatura. Come fiocchi, a decorarlo, cornicioni a sbuffo e tegole policrome viola-rosso-mogano-viola e così via.

Oltre ancora: la mia stanza. Questa mattina alle sette e mezza i bimbi, travestiti da ninja, sono saltati in camera di soppiatto. Non ci conoscevamo ancora, ma abbiamo lottato sullo stipite, io armata di cuscino e loro di ganasce in plastica. Ha vinto la Host Mom, entrando e trascinandoseli via per le caviglie. Perchè? Ci stavamo divertendo, al diamine la mia privacy.
Quindi ho tolto il pigiama, messo jeans e maglietta e ho respirato. Tanto ma tanto.

Ora che potevo permettermi di far rumore e annaspare.

Rifiutare la pappa pronta

Dopo tre settimane, che come arco di tempo suona molto inferiore a ciò che effettivamente tre settimane sono, ho superato i conati del JetLag. Niente più sveglie istintive alle tre del mattino (ora locale), torno a dormire per sei ore consecutive. Certo, riducendo il letto ad un groviglio di lenzuola, ma almeno le occhiaie si stanno mimetizzando con le borse sotto gli occhi.

Non ero abituata a dormire in un materasso così grande. Saranno almeno due piazze e mezze, queste. Nemmeno distendendomi a stella riesco a toccarne il perimetro. Mi chiedo chi si immaginavano di trovare, quando mi hanno preparato la stanza.

Insomma, facciamola breve. Mi piace qui. Oh, un sacco proprio. Nel mio 12% di tempo libero (che equivale esattamente alla percentuale di tasse applicata su ogni spesa fatta in qualsiasi negozio, nello stato di Washington) durante la settimana ho scoperto che    –    oltre la nebbia c’è:

  1. La strada che porta alla stradona principale, chiamata 100th Ave NE, che di conseguenza si collega alla 112th Ave NE e così via avanti a dozzine, fino ad arrivare a Seattle, dopo 40 minuti di bus.
  2. Un paio di Starbucks nei quali, se proprio non ci tieni a scoprire che sapore abbia il caffè americano trasparente, puoi semplicemente prendere un bicchiere di carta, riempirlo a volontà di ciò che vuoi agli erogatori automatici e startene ad un tavolo a farti film su cosa fare dopo.
  3. Preziose velleità climatiche.

Seattle è davvero magnifica. Permetterei di piovere all’infinito su di me, vivessi in una città così. Cammino e la gente mi scivola ai lati come banchi di pesci tra le reti della downtown. Hanno tutti una meta a Seattle, o perlomeno danno una piacevole impressione di essere impegnati. E pure io lo sono, ma per davvero. Cammino con Angela, una ragazza coreana arrivata negli States con il mio stesso programma, in discesa verso il lungomare. Sorpassiamo signori in cappotto e ragazzi in shorts e cuffie nelle orecchie, un uomo con un’arpa, due acrobati di strada. Cani al guinzaglio, biciclette a tre ruote. Tutto in discesa.

Al Pike Place Market perfino i senzatetto si sono riuniti in cerchio a guardare il sole, così raro. Ecco, non si parla altro che del sole oggi. Tutti a fissare in alto, a onorare con i menti alzati ciò che compare non più di ottanta volte all’anno. Al posto della pioggia o nebbia. Al posto dell’umidità, dell’Oceano nell’aria.

 

É così armoniosa e fresca questa zona, che quasi mi dispiace lasciarla. Starei bene qui, potessi avere tempo.

Ma per vari motivi non mi è stato concesso avere tempo. Quindi ho fatto in modo che sia il tempo ad aver bisogno di me. Suona colossale e tremendamente pomposo, lo so. Ma ho trovato il modo di rendermi utile sull’altra sponda, del continente. Tradisco la West Coast, per la East. Avrà di me pietà la verdura, frescura e nebbiosità? Gli alberi in muffa, la linea 255 del bus?

Preparo la valigia con calma, tanto il mio volo – prenotato per questo Venerdì – è stato bannato dalla tempesta di neve a New York. E visto che a New York ci dovrei proprio atterrare, tocca aspettare fino a Domenica.

D u e     l u n g h i     g i o r n i ,         a n c o r a .

Ecco, quella sensazione di eccitazione misto attesa pre-qualcosa. Distrutta a poche ore dalla sua realizzazione. Da fastidio, anzi prude. Si, mi prude tantissimo e ora che ci penso fa anche male. Ho una valigia troppo grande. Le lenzuola sembrano più ruvide, la cena è un’insalata di banane con lattuga, senza avocado. E senza avocado torniamo ai tempi infelici del Cultural Shock – JetLag. Cose terribili che si combattono solo con la sopportazione di ciò che adesso mi ritrovo come peso, per le prossime 48 ore.

Il tempo.

Ero psicologicamente pronta a partire. Ed ora che devo rimanere qui (tra l’altro non ho più la mia mini percentuale di tempo libero, torno a lavorare seppur per due giorni), ora che devo aprire con cautela la zip, estrarre ancora un paio di calzini, mutande e maglioni, tutto sembra più pesante. Mi vizio da sola e me ne vergogno. Vizio perfino il mio imbarazzo e lo scrivo qui, che mi vergogno.

Non so aspettare e nessuno mi può insegnare a far passare il tempo, in quanto io stessa -nelle ultime tre settimane – ne ho sentito la carenza colossale.

Sarebbe come rifiutare la mamma che ti rimbocca le coperte a vent’anni.  Si vorrebbe, ma non si fa.

[Meno zero] Solo andata per l’America

 La scuola è fatta per avere il diploma. E il diploma? Il diploma è fatto per avere il posto. E il posto? Il posto è fatto per guadagnare. E guadagnare? È fatto per mangiare. Non c'è che il mangiare che abbia fine a se stesso, sia cioè un ideale. Salvo in coloro, in cui ha per fine il bere.
Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana, 1921

Abbiamo iniziato a festeggiare trenta giorni fa. Quando le certezze finalmente iniziarono a maturare abbastanza da essere succose e visibili.

Non ho nemmeno avuto il tempo di capire che emigrare negli States e restarci per lavoro è considerata un’utopia. Mi sono ritrovata in coda direttamente al Consolato Americano di Milano, insieme ad altri come me, sguardo dritto, ginocchio tremolante e documenti alla mano. Una settimana dopo il Visto è arrivato con la nonchalance di una pubblicità del discount dietro l’angolo.

La verità è che di soluzioni che ne sono sempre almeno due. Anche i no sono una possibilità, ma noi qui abbiamo puntato al si. Andare verso.

Parto tra poche ore e nemmeno ho realizzato che Seattle si trova a ottomilacinquecento chilomentri dall’Italia. Scritto in lettere sembra una distanza ancora più lunga. Mi limiterò a salire sull’aereo, allacciare le cinture di sicurezza e immergermi in un sonno profondo, nell’attesa del pranzo, possibilmente a fuso italiano.

Volerai nel passato, dice la nonna. E lei se ne intende, ad andare avanti indietro a spiegare al nonno che invecchiare è nor-ma-le. Na-tu-ra-le.

Così, oggi che è una bella domenica grigia e umida, zii, nipoti e parenti della famiglia Alaska si sono riunti a festeggiare (?) l’addiversario dell’ennesima partenza dell’Alaska in persona. Sottoforma di pranzo post-Natale. Carni alla brace, polenta, patate novelle e cose buone, che non smettevano di ricordarmi che me le sarei solo sognate dal giorno dopo, per il successivo anno. Ah, ecco il caffè. Affoghiamoci il gelato, così da averne un ricordo ancora più dolce.

Qualcuno mi ha regalato un’agenda, qualcun altro un’altra agenda. Due agende insomma. Di cui una di ben 16 mesi. Poi, per rimanere in tema, una sciarpa a stelle e strisce. Al diavolo la moda e i cliché, io dico. Me la avvolgo attorno al collo e metto in borsa le due Moleskine.

La sera, invece, prende la piega della minestra nei piatti. Ottimo, partiremo leggeri. Hai stampato i biglietti aerei? Il passaporto è qui, non scordarlo. Smettila di agitarti. Ma non mi agito, ho perso gli occhiali. Fuori piove, la nonna dice che ti chiama tra un attimo, vuole venire con te all’aeroporto. Hai preso i cerotti?  Ti stanno chiamando quelli della Vodafone, te li passo. Facciamo che ora voi tutti ve ne andate a letto e io rimango qui, accanto alla mia valigia. Non faccio rumore, e smettiamola con i preparativi verbali. Non voglio passare a Vodafone, domani vi lascio il mio telefono in carica e non toglietelo da lì per i prossimi dodici mesi.

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Valigia grigia a strisce blu, dobbiamo parlare. Svuoto tutto e ci rimetto la metà delle cose. Venti chili come prima.

Penso che sono spacciata – io e lei pesiamo troppo insieme – che non può funzionare tra noi. Proietto sulla parete bianca del salotto scene irrequiete: alla dogana mi strapperanno il passaporto, poi taglieranno la valigia di traverso per estrarne le viscere colorate, infine mi indicheranno l’uscita con i loro indici unti di salsa barbecue. L’uscita verso la pista di atterraggio.

Vorrei essere già a New York a fissare i grattacieli, ma mi perderei il divertimento alla frontiera. E le dieci ore in volo sull’Oceano. L’Oceano con il quale vorrei avere a che fare, una volta atterrata sulla terraferma possibilmente.