Lettere tra colleghe

Volevo parlarne
di Bushwick, di Brooklyn e delle scarpe appese ai fili della luce.
Alle strade di polvere e delle persone come fogli bianchi. 
Ma non ho più ritrovato le parole, le avevo consegnate già tutte a destinazione. Quindi copia-incolla e taglia, ed ecco qui ciò che non so ripetere.

 *

Buon Giorno […]

le mail dovrebbero arrivare senza intoppi, quindi boicotto gli sms, per questa volta.
Ho visto che mi hai scritto ieri sera -oltre a questa mattina- e mi sono preoccupata per te, i tre bambini a casa e la mamma (loro, per fortuna.)
Che cosa hai inventato? Che cosa state facendo? Che cosa avete fatto? Stai resistendo o ti stai divertendo? Spero ci sia sole. Perchè qui piove ed il piccolo dorme sul divano tra i cuscini, così trovo il tempo di scriverti. Mi hai dato [vai di traduzione italo-americana] una forza immensa sabato, scaraventato addosso il senso del rispetto, nei miei stessi confronti.
Ultimamente non rispettavo che la regola della commiserazione e dell’ “Okay”, cosa che non va mica bene. […]
 
Ebbene si, questo weekend è stato uno dei più strani, passati a New York.
[…] non avevo idea che la Subway avesse chiuso la linea C, proprio quella che avrei dovuto prendere per arrivare a Brooklyn.
Non stavo bene. Troppo caldo, cemento bollente, sole a mezzogiorno. Avevo delle scarpe chiuse con tanto di calzini neri, sono andata in iperventilazione dopo cinquecento metri, poco dopo aver passato il quartiere di Fulton. 
Mi hanno accolto gli scalini di una di quelle tipiche case di Brooklyn, famose proprio per glis calini. Più, un bicchiere d’acqua direttamente dalla tanica di plastica che una volta deve aver contenuto sei litri di latte, che l’inquilino della casa-con-scalini (dopo essersi a dovere spaventato) mi ha gentilmente portato. 
Per la prima volta ho pianto, e devo dire che nemmeno mi è dispiaciuto. Le lacrime erano addirittura più fresche dell’afa, scendevano e mi sentivo meglio. 
Ma non era una bella visione a quanto pare, chiunque passasse mi guardava per un attimo e poi voltava la testa dall’altra parte. Che razza di imbarazzo ci assale nel veder piangere qualcuno? 
Stavo li, senza scarpe, con questo omone nero in pantaloncini da basket che non sapeva cosa dire o fare. Grande com’era occupava l’intero pianerottolo, al di sopra di me, alla fine ho dovuto tranquillizzarlo io, per farlo sedere dove prima era seduto.
Io avevo solo bisogno di sedermi e smettere di far girare la testa.
Sarei rimasta li, fino a finire l’intera tanica, ma cosa avrei dato per non avere nessuno accanto in quell’istante. Nessuno che mi venga a prendere, a recuperare. Non so per quale motivo questa sensazione si impossessò di me per tutta l’intera durata del weekend. 
Non bastò alloggiare in una casa nuova, […] non bastò passare la notte in un altro locale meraviglioso, ad ascoltare e assorbire musica viva.
Non bastò nemmeno la domenica a Bushwick, in occasione della settimana “Open Studios” dove centinaia, ma che dico, migliaia di artisti hanno aperto le porte dei propri laboratori nell’intero quartiere. Pittura, scultura, installazioni di legno, silicone, vitro, polvere, carta, ruggine o tutto insieme. 
Immaginati un edificio enorme del 1900, a tre piani e tante stanze. Finestre “a vetrata” ancora alla vecchia maniera, stoffe bianche, arancioni o blu a coprirle. Ogni artista, nella sua stanza, per la sua stanza, tutta la vita dentro. E il risultato lo vedevamo noi, spettatori, in tre giorni all’anno. 
Questo è B.O.S. – Bushwick Open Studios. Ne avevo sentito parlare, ma non mi sono mai esposta più di tanto per capire di cosa si trattasse. Oltre l’edificio altre case, condomini o soltanto piccoli locali residenziali, porte aperte ovunque. Entrate e guardate, interagite. 
Io, Abituata alla biennale di Venezia, nel suo splendore concettuale o al massimo minimalista, non mi aspettavo nulla quanto mi hanno proposto di fare un salto a Bushwick. Le cose in Italia iniziano e finiscono, ho detto, qui sembra invece che la fine non esista. Ma forse non avrei dovuto nemmeno provare a spiegare una frase simile in inglese. Letteralmente è stata presa per ovvietà, con il risultato di chiedermi se conoscevo la parola “universe”, mimando con le braccia cerchi nell’aria. “Magari in italiano si dice in un altro modo”  .
[…] mi sono arrabbiata più o meno nello stesso modo in cui mi arrabbio ai “what” dei bambini americani. Quei what di risposta alle mie di domande in inglese. Vento che passa.
 
Insomma, ci pensi alle cose in Italia come accadono? Si rimette tutto a posto, si pulisce e rimane tutto in fotografia. 
“Ti ricordi quella volta…?” 
“…Si, è stato bello”. 
Qui il sogno continua anche da svegli, dopo questo weekend tutti loro -pittori, inventori, creatori con mani come zampe, tuttofare-  riprenderanno a fare ciò che hanno fatto negli ultimi tre giorni e in quelli precedenti ancora, ma senza spettatori in massa. La festa prosegue, contemporaneamente alla vita, al respirare, andare in bagno e mangiare. 
 
L’aria lì è afosa per noi umani con un “lavoro” e le responsabilità d’oro annesse in tutte le tasche. Sebbene abbia ammirato e sia rimasta affascinata da così-tanto-mischiato-insieme-senza-stonare, mi sono sentita in bilico tra il concetto dell’insopportabile e quello dell’indispensabile. Il primo dovuto al senso comune del dovere, che mi faceva considerare l’intero evento (nonchè l’intera vita di quella comunità di persone) una cosa impossibile, il secondo per il semplice fatto che stavo finalmente sorridendo e invidiando, senza alcun rancore, alla visione reale di quelle persone così libere di esprimersi. 
Perchè non è facile avere carta bianca, non è facile interessarcisi, in quanto tale.
Loro con quella carta bianca ci stavano addirittura affascinando.
E noi, impantanati nella routine a quadretti o a righe a scelta, a camminare immobili tra di loro.
 
Insomma, non è bastato. Sono rimasta stordita, e non era il caldo, ho sbattuto la testa contro una tela, ho rovesciato una bottiglia di merlot lasciata in bilico su una pila di schizzi e pennelli ammucchiati, quasi il mio corpo si volesse ribellare a tutta quella libertà di espressione.
Brooklyn mi precede e mi sorprende ogni volta. 
Cosa sarei senza aver visto la nostalgia di casa farsi casa in un posto sconosciuto?
 
Lo vedo, ora hai un motivo in più per cercare di meglio, in tutti i sensi.
 
Ti auguro un pomeriggio tondo e bello. 
/
 

A voi che non mi trovate più dove vi ho lasciati

Non è che poi ci fai l’abitudine?
Quando ero piccola, così piccola da meritarmi ancora in pisolino pomeridiano, mia nonna mi veniva a prendere all’asilo.
Mi prendeva quasi sempre in braccio e mi portava così a casa, un chilomentro più a ovest, nel quartiere-dormitorio, dove abitavamo.
A volte le chiedevo di camminare, accadeva più o meno a metà strada quando tenendola abbracciata con le mie dita avvertivo la schiena della nonna bagnarsi di goccioline di sudore. Allora lei mi metteva giù a terra, ed io -spesso a malavoglia- facevo qualche passo mentre tra me e me forse valutavo il compromesso a piedi da sola-senza sudore appicicaticcio o in braccio sopportando la sua schiena umida.
Attraversavamo un enorme campo, a quel tempo terra di nessuno. Lo chiamavamo il campo delle coccinelle perchè su ogni ciuffo d’erba se ne trovavano almeno un paio. Mi piaceva ed alla fine sceglievo quasi sempre di camminare e cercare quei piccoli insetti, lasciavo solo il mio zainetto alla nonna che silenziosa mi seguiva, guidandomi verso casa.
Non è che poi ci fai l’abitudine?  non me l’ha mai detto, lei. Ci pensavano le vicine di isolato, che ogni tanto mi vedevano in groppa alla povera nonna
che mai non mi diceva no.
Osservavano, ci guardavano ed esclamavano dalle terrazze, con gli annaffiatoi in mano:
“Sempre in braccio alla tua nonna anziana, non è che poi ci fai l’abitudine?” 

Passati i miei 5 anni in braccio a lei, i sette per mano, ed i nove mentre mi facevo accompagnare in bici a scuola prima di arrivare ai 14, al primo autobus da sola,
a diciotto pascolavo a qualche centinaio di chilomentri da casa ed a ventuno devo essermi così annoiata (?) da finire America.
Mica sta grande abitudine a farsi trasportare da qualcuno, semmai dalla situazione.
E le vicine? Loro saranno ancora lì, a piantare gli stessi gerani rossi in terrazza ogni primavera, per abitudine.

 

 

#12

Dall’altra parte della strada invece si parlava di tutt’altro.

Io non potevo saperlo, ma ne ero certa: nella casa di April i frighi si chiudevano e si aprivano non più di tre volte al giorno.

Sono entrata a casa sua il giorno stesso in cui noi, dall’altra parte della strada, abbiamo rischiato di affogare nella birra e tra i formaggi. Anthony e suo fratello giocavano con le figlie di April nel loro giardino. Lei mi ha presentato con orgoglio suo marito, un uomo dagli occhi nascosti sotto le rughe della fronte. Un uomo che dev’essere stato contraddetto troppo nella sua vita, ho pensato.
Dipenge acquerelli da molti anni,
aveva smesso con l’aumento degli impegni ma, da quando l’uragano a Novembre ha portato via mezza cucina, ha ripreso il pennello in mano ed ha cominciato a ricoprirne la parete sostitutiva di compensato, quella dietro il vecchio fornello in simil ghisa. I fogli si arricciano con l’umidità, mi ha detto sorridendo, ogni tanto li stacco, li butto nel cestino e ne dipingo altri.
Faccio qualche passo ed il pavimento di legno opaco scricchiola nonostante i miei piedi scalzi. L’odore di quella stanza è un misto tra coperte di lana appena tirate fuori dall’armadio, naftalina e spezie. Un po’ come quando la nonna d’inverno faceva le castagne per me e mia sorella:
Arrivavano addirittura i cugini quando lei le preparava, ma a me non piacevano molto così ne mangiavo giusto un paio, per farla contenta, e me ne stavo avvolta nella coperta accanto alla sua stufa in cucina guardando tutte quelle mani impegnate. A volte stando così vicina la coperta iniziava a puzzare di bruciato, lana cotta, e la nonna diceva và che ti brusi! La vuoi una castagna?

Quella casa aveva lo stesso tepore invernale, anche a Maggio.

C’era una montagna di vestiti puliti e asciutti sul divano, la sedia a dondolo e un gatto sopra, in un angolo. Un’orchidea senza fiori sul davanzale.
La cucina è anche il salotto e oltre – divisa da una tenda a quadri – intravedevo i contorni di un letto.
Abbiamo parlato dei colori verde e arancio mescolati insieme, dei suoi campi verdi immensi al tramonto dipinti su grana grossa,
di come sua moglie conservasse ogni singolo suo disegno o scarabocchio, perfino dal cestino, a volte anche i fogli di carta assorbente dove puliva i pennelli
e se ne vergognava lui, ma in fondo gli piaceva la cura con la quale April lo salvava, li salvava.
La loro casa non aveva un frigo ad altezza uomo, ma ben due. Due piccoli frigobar da camera impilati uno sopra l’altro e collegati alla corrente sotto il lavello. Arrivavano appena alla mia anca ed erano accanto al tavolo con quattro sedie diverse, in cucina.
Mentre mi guardavo attorno lui ne ha aperto uno e ha tirato fuori un cubetto incartato in lamina dorata posandolo accanto il fornello
Il lievito, per mia moglie, meglio se è tiepido… oggi tocca fare il pane– ha detto aprendo l’anta di un mobile accanto. Poi si è fermato e girato verso di me con aria dubbiosa e quasi rassegnata.

Che meraviglia, fanno il pane. Da quando sono arrivata qui non faccio altro che mangiare bauletti pretagliati e confezionati. Se proprio voglio trasgredire faccio un salto al panificio per una baguette. Cinque dollari. Grazie Francia che mi ricordi l’italia.

– No. Non abbiamo più la cannella. Vada per gli hot dog- ha concluso, rimettendo il lievito in frigo e tirando fuori un pacco di pane congelato e una confezione formato famiglia di wurstel.

*

#11

[in foto: un classico Giovedì sera.]

Questa mattina non si apriva il frigo.
Erano le sette e mezza, avevo in programma grandi pancakes, invece sono rimasta lì, davanti a quella maniglia, tentando di forzare con un mestolo la fessura tra frigo e anta.
Il mese scorso l’abbiamo scongelato, il frigo, e per pulirlo ci siamo entrati in due, con spugnetta e aspirapolvere, tanto per definire le dimensioni.
Comunque ho dovuto svegliare il resto della casa. Quattro persone con lo stesso ideantico pigiama, si sono ritrovate a cercare di aprire, squotere, svitare maniglia e cardini. Li guardavo e non capivo se era voluta come tonalità, quel giallo canarino.
Quando qualcuno terminava con un azione, la stessa mossa veniva ripetuta subito nello stesso punto da un altro membro della famiglia.
Poi abbiamo sentito un rumore, come di vetri rotti, provenire dal suo interno.
Could you open..?– ha chiesto Anthony, non si sa bene a chi.
I think it’s still stuck…– ha risposto sua madre, arretrando.
Oh, geez, I’m so hungry!– ha sdrammatizzato il padre guardando fuori dalla finestra e spoleverandosi finta polvere delle nocche.
-Can I have milk now?- ha sussurrato il figlio più piccolo.

Allora in queste situazioni bisogna fare un po’ i finti coraggiosi, quelli che “okay, lo faccio io”,

così ho tirato la maniglia ed un fiume di formaggiyogurtsucchi, cartoni di lattepistacchimele,
barrette proteiche, ipercaloriche e quelle senza grassi,
i Bagel di crusca,
bottigliepomodori, vasetti di capperi,
la tagliata di tonno avanzata dalla sera precedente
e tutta la spesa del giovedì stava letteralmente scappando riversandosi a cascata su di me. Una spesa che aveva richiesto ben tre ore di sharing su Amazon.
Le cose stavano accadendo e candendo una dietro l’altra, e non riuscivamo a fermarci di stare fermi.

Più tardi abbiamo scoperto che una colpa effettiva non c’era. Bisognava solo stare attenti a non comprare più di quattro cartoni di latte e possibilmente non sistemare tre dozzine di birre sul piano più alto, in equilibrio sulla scatola di avocadi, che poi le mensole ci soffrono.

(continua)

#10

[In foto: esemplare di inadeguatezza, senza angoli]

Abbiamo litigato oggi. Per la prima volta, con tono indiscreto e più gesti che parole,
ma ce l’abbiamo fatta.

La domanda è la seguente:
Facce: 2
spigoli: 0
Ma quanti angoli, ha un cilindro?
Ci abbiamo scommesso un dollaro sopra. Se perdo dovrò andare in banca a prelevarlo. Se vinco, avrò il mio primo verdone cartaceo direttamente dal porcellino d’oro dei suoi otto anni di risparmi.

Nel quarto d’ora di discussione continuavo a ribadire il tondo zero evitando di spiegare gli ovvi motivi, ma il resto della fauna in casa non era d’accordo.
Gli hanno fatto scrivere sul quaderno di geometria: 2

Dopo aver accuratamente svolto una ricerca su google e confermato che non è d’obbligo per gli angoli essere dritti, siamo pure passati alla grammatica dei punti di vista.
E così scopro che edge, nonchè angolo, potrebbe tranquillamente significare bordo.
Che actually non sta per attualmente, ma qualcosa di più concreto come effettivamente
e che -in effetti- forse fanno bene a mantenersi vaghi su concetti così precisi. Tutta colpa della grammatica.

Altrimenti non saprei proprio come spiegarmi perché la casa dove abitiamo è in leggera pendenza verso Est.

#9

A verder come la gente si saluta
mi viene un dubbio: sulla faccia della terra
d’esserci solo io bugiardo
 [Zavattini]

 

Ed è proprio così. Ci lamentiamo del troppo finto-interesse italiano, non appena oltrepassata la fase sconosciuti, poi finiamo dall’altra parte del mondo e capiamo che c’è di peggio.

Intanto
che gusto c’è nel ricevere quella manciata di Benegrazie, tutto attaccato, quotidiano?
Perché non che mangi sta sera?
Io davvero sarei più interessata rubare qualche idea per cena,
piuttosto che continuare a sbattere la testa contro status sociali tutti uguali.

Dicevo,
qui invece non si supera nemmeno la soglia in certi casi. Nei negozi, per esempio. Basta entrarci per sentirsi chiedere
(Hi) how are you?
All’inizio (come ogni Europeo che giunge qui pensando di sfruttare il traduttore parola-per-parola) non capivo il perché di tanto interesse, nonostante mi vedessero comprare il latte ogni giorno.
Così mi selezionavo le risposte qualche minuto prima di parcheggiare la macchina davanti al supermercato.
Fine era diventato scontato dalla terza volta.
Pretty good mi faceva sentire mediocre, ma andava bene di venerdì, a fine settimana lavorativa.
Not bad lo usavo quando ero di buon umore, giusto per non vantarmene.
A volte perfino rivoltavo la domanda.
Poi, una domenica mattina stavo finendo la mia porzione di pancakes in un locale sulla ventitreesima e qualcuno mi spiegò che nessun Americano si aspetta una vera e propria risposta. Davvero, bastava il fine scontato.
Piuttosto è importantissimo rispedire la stessa domanda al mittente, per non dimostrarsi
come dire, strafottenti.
E la cosa si ferma lì, con un punto di domanda.

Perchè lo fanno? Chi gliel’ha insegnato?
Non si sa, ma sembra sia buona educazione interessarsi al nulla altrui.

Io ci sono un po’ rimasta male, quella domenica.
Sono uscita da quel posto così carino, con le tovaglie a quadri bianchi e rossi, senza nemmeno finire la mia colazione.

Ci ero entrata nemmeno dieci minuti prima e alla domanda how are you avevo risposto Starving.

#8

[Video: People Get Ready – Windy Cindy]

Le persone qui non ti viene neanche voglia di cambiarle,
(allontaniamoci un po’ dal solito “ah, questi dannati Americani non sono come noi”
soltanto a guardare da come camminano per strada.
Nessuno sembra abbia voglia di invertire direzione,

-vanno dritti-sparati, direbbe un italiano-

e piuttosto tu stesso
ti ritrovi a lavorare su te stesso,
girare su te stesso
e alla fine lasciare perdere,
perché a chi importa se quella mattina sei uscito in pigiama sotto la pioggia a comprare il latte
mentre, con il telefono in una mano, ti connettevi a mamma su Skype
e con l’altra componevi il codice della carta di credito su quegli aggeggi laser
che hanno piantato perfino sulle bancarelle-carriola. Di quelle che vendono corn-dog e zucchero filato ai lati del Central Park.
Ci strofini sopra la tua card e già ti hanno scalato i tuo dollaro e mezzo. Più tasse.
Non devi pensare a nulla, soltanto a come spendere un altro dollaro al prossimo angolo, fino a che la banca non ti chiede spiegazioni via mail o direttamente per telefono a proposito dei frequenti acquisti di importo così basso nella stessa giornata.
Si preoccupano insomma.

Ieri invece mi sono svegliata con il sole nei pressi di New York, dopo aver passato sette ore al Brooklyn Ferry Fest, agglomerato di concerti e artisti in un solo enorme Teatro a tre sale
(e che a mio parere farebbero la felicità di Paolo Pitorri, lui e la sua Fottuta Musica Alternativa che mi piace tanto).
Da rifare e rifare e rifare senza stufarsi e senza stufare.

Ogni giorno è il primo giorno di primavera e Brooklyn finalmente  ha iniziato a mandare a passeggio i suoi abitanti sotto i ciliegi,
i peschi e i peri fioriti
affacciati sulle strade e cresciuti in giardini circondati da muretti in mattoni.
Le mamme nere-nere stendono le lenzuola colorate sui fili legati da casa a casa.
Non ho ancora visto una sola fodera bianca in questo quartiere. E la cosa mi fa quasi solletico.
I bidoni della spazzatura sempre colmi, ma mai straripanti.
Prevalgono i bambini con i pattini a rotelle non in fila, ma a due a due. Le biciclette -senza rotelle- e le corde,
per saltare e finire dritti nelle perenni pozzanghere.
E li guardavo da un davanzale non mio, gomiti sul legno impolverato, quasi fosse il programma più bello,
Brooklyn
la domenica mattina in televisione.

A me tutto ciò ricorda casa, sebbene non abbia mai avuto un muretto in mattoni tutto mio, ne bambini con i quali giocare in strada.

Brooklyn è per me il mix perfetto tra la quantità di latte e cereali,
un numero di scarpe azzeccato al primo colpo
e il mare ritrovato nell’Oceano.
Dissocio questa parte di New York da qualsiasi idea mi sia fatta in precedenza su questa fettina di continente. Sarà che non ci sono piscine nei giardini, ma solo pochi metri quadrati di prato fiorito davanti ad ogni abitazione.
La gente non parla molto,
ma sul marciaede incrociandoti, saluta, se sorridi per primo.
La frenesia inesistente, seppur a poche fermate di Subway da Manhattan.

Io queste cose me le metterei tutte in tasca e le porterei in giro come scorta di serotonina,
da dividere pure.
Brooklyn mi fa vedere il meglio di se, senza vergogna
pur sapendo che non mi basta,
non mi basterà per rimanere qui.

 

#7

Bussa sempre alla mia porta,
ma non gli ho mai insegnato a farlo. Ho semplicemente mantenuto la tradizione che questa famiglia ha nei confronti degli ospiti dimostrandomi favorevole ai toc toc toc.
Apro la porta e sono sicura che farà un passetto indietro, come sempre. Ha solo sette anni, ma è un bambino che inconsciamente mi ha totalmente sballato l’idea di figliuolo-Americano.
Si copre la bocca con la mano se gli sfugge uno sbadiglio ed è capace di arrabbiarsi e prendere a calci il mobiletto dei dolci se arrabbiato.
Bussa alla mia porta per chiedere dei fogli di carta bianca che sa benissimo di poter trovare anche nella stampante al piano di sopra.
Inoltre mangia i muffins che gli preparo. E se ogni tanto escono bruciacchiati dal forno, me lo fa notare con delicatezza, non prima di avergli dato il secondo morso, come per conferma. Guarda la tv con la bocca aperta. Ne guarda tanta se non nascondo il telecomando.
In compenso all’aperto ci passerebbe delle ore. Ho sempre fatto fatica a riportarlo a casa e visto che non posso trascinarlo per le orecchie preferisco portarmi dietro i muffins da sgranocchiare ora che il tempo permette di stare fuori.
Più che un classico bambino di otto anni. Non ci vedo ‘ste strangerie che di solito caratterizzano i bimbi Americani.
Troppi film?

Oggi stavamo giocando dietro casa, sembrava estate ed eravamo scalzi sul prato (quello seminato qualche settimana fa e già diventato tappeto). Allenamento di lacrosse per lui, un po’ di sano movimento per me.
Ci stavamo divertendo e pure i cani correvano all’impazzata tra giardino e spiaggia. Poco più tardi decisi di fare una pausa e rientrare a prendere due gelati, ma per qualche strana inflessione della mia pronuncia -cruda, crudissima-
ci siamo intesi male
ed ha capito che gli stessi proponendo di rientrare in casa

a fare degli origami,

così all’istante ha lasciato a terra palla e racchetta urlando più che di gioia
OOOOOOH LET’S GO C’MON BABY!!!!
E ci stavano tutti e quattro, quei punti esclamativi.

Non ci sono aggettivi per lui, non si può descrivere un non-stereotipo.
Odia pure i fast food e la gelatina alla frutta.

#6

Questa mattina dovevo andare a consegnare un assegno di venti dollari al bowling del paese accanto. Vallo a chiamare paese poi. Una strada, negozi da entrambe le parti e attorno case in ordine geometrico come decorazioni persiane sui tappeti.
Il bowling si trovava al centro di una rotonda immensa, dove le macchine dovevano fare il giro di trecentosessanta gradi almeno due volte prima di imboccare l’entrata giusta. E pure contromano.

Prima di salutare il commesso addetto ai birilli e agli scarponcini dai lacci fluorescenti gli ho chiesto come mai il locale fosse stato costruito in un posto così
come dire,
inusuale.

La storia è più o meno questa:  molto tempo fa non c’era nulla su questa parte di Isola, poi qualcuno ha iniziato a chiedersi se non era il caso di animare un po’ quella zona, affacciata sulla Baia Oceanica. La gente si sentiva un po’ isolata e dimenticata, distante dalla grande New York. Un negozio c’era in effetti. Market-Office, lo chiamavano. Fungeva da poste, bar, pub e alimentari.
A volte pure da consultorio. Così, ad un certo punto, gli abitanti della piccola località balneare hanno raccolto i fondi necessari per costruire un teatro. Le pratiche andarono avanti per un po’, ed alla fine la mentalità vinse sulla cultura. Il bowling fu costruito in qualche mese e alcune poltroncine rosse vennero salvate prima ancora di essere scartate dai propri involucri di nylon e sistemate al suo interno in ricordo di un’idea.
Da quel momento in poi nel giro di tre miglia sono sorti molti nuovi edifici. Outlet, farmacie, palestre e cinema. Le persone dei paesini accanto hanno iniziato a spostarsi verso quel centro così avanzato e all’avanguardia
ed in seguito è stato necessario far passare nuove strade per collegare la cittadina alle località più piccole. Il bowling finì proprio al centro di una rotonda. In realtà avrebbe dovuto essere demolito, ma la gente protestò fino a che gli ingegneri non si arresero e lo inglobarono all’interno della grande giostra per automobilisti.

La storia è al limite del credibile, ma ora sostituite in ordine le parole in corsivo con:
Quindici anni fa
il sindaco del paese
nel 1998
qualcosa come due anni
Dal 2000 in poi
dieci anni fa

Ora mi sento meno giovane e con un’incredibile voglia di collezionare qualsiasi cosa che abbia più della mia età.

 

#5

[in foto: classici gabbiani testanera, virgole del North Carolina in  una qualsiasi giornata di Marzo.]

Quando le luci si spengono, i pavimenti smettono di rimbombare i passi dei piedini dei bambini szampettanti su e giù e per le scale,

quando inizio a sentire un cambio di intonazione nelle voci oltre il muro,
da interrogative passare a semplici affermazioni di qualche parola.
Qualcosa-qualcosa-silenzio
Qualcosa-silenzio
Silenzio grande
ed ancora qualcosa, non più lungo di una parola con una vocale. E basta.

Accade ogni sera. Ed è questo il limite della routine. Fino a qui tutto uguale, con la variante degli ingredienti per cena (oggi era una bella
Fiorenza, probabilmente mutazione letterale di Fiorentina).

Alle nove e venticinque si spegne tutto e la mia routine finalmente si spezza. Riordino i libri di inglese, apro le finestre.
Accendo la musica, chiudo i cassetti lasciati aperti
oggi.
Ieri mi sono semplicemente limitata a cambiare l’ordine delle lampade sui comodini.

Dicevo

la magia inizia se esco dalla mia stanza dopo le nove e vinicinque.
Nessuno l’ha deciso, ma da una settimana ho iniziato a frequentare la cucina ad ore improbabili.
Mi sento padrona della casa senza neppure sfiorare un mobile, mentre procedo verso il salotto a piedi nudi sul pavimento in legno
via
fino all’altra parte della sala.

E lui ci riesce,
il silenzio.
Smussa la sensazione di estraneità che spesso provo di giorno, qui dentro, circondata da altri come me che
per forza di fatti respirano.

Sentirsi a proprio agio al buio è una delle cose più difficili da fare, quando si è con se stessi.
Quando regolarmente accade di scontrarcisi,
ci addormentiamo
noi,
e il buio scompare.

Lo chiamiamo tempo di dormire e lo difendiamo con l’arma della stanchezza. Bella scusa.

Orgogliosa sorrido al mobiletto delle spezie davanti a me e tamburello con le dita sul marmo fresco, perché anche oggi non ho perso niente.
Poi l’acqua bolle, prendo qualche biscotto dalla dispensa e a tentoni torno sul mio sgabello.

Non mi freghi buio, questa volta,
affogherò il sonno nella tazza e fingerò di avere tempo,
in compagnia della solitudine,
che poi ha una faccia oggi!
Tale e quale alla mia.

#4

Pensavo,

sono proprio indietro.
Io e la poca voglia di accettare i posti fermi,
le patate arrosto in salsa agrodolce,
i Thè tiepidi.
Non capisco
se è il caso di provare a stare ferma con chi ha poca voglia di camminare o di inseguire chi ne ha troppa.

L’America è comoda,
-almeno questa parte ha gli angoli smussati e soffia la brezza dall’Altlantico-
così lucida e pacchiana,
quasi fosse una scenografia troppo bella per uno spettacolo mal recitato.
Ed ecco che il lavoro lo trovano quasi tutti, mica la crisi si sente,
c’è da mettere in piedi lo show,
ci sono alberi, cespugli, castelli da ricoprire di cartapesta e dipingere.
Le tende di velluto da lavare e buttare in asciugatrice.
Cerare il pavimento.

Qualcuno capisce cosa intendo?

Mancano otto mesi e potrò finalmente decidere dove e se spostarmi, ancora.
Che poi,
chissà perché a uscire dai paletti delle abitudini si diventa così critici e acidini?

Ed indietro lo sono davvero. Di ben sei ore. 

#3

Ci hanno chiesto se volevamo rimanere, mentre ci obbligavano ad andarcene.

 

Le hai presente le Americanate? I film, intendo.
Quelli che dopo Mamma Ho Perso l’Aereo ti fanno credere che davvero i ladri entrino per la porta principale
e domandare perchè ogni Natale sotto i loro abeti (sempre più verdi di quelli alpini) ci siano cuccioli nei pacchetti dai fiocchi di raso.
Sempre che tu non abbia già adottato un topo ballerino bianco facendolo sentire parte della famiglia.

Questo è il primo paletto.

Il secondo lo vedi facendo un passo avanti.
– uno solo, non servono grandi sforzi tra la TV ed una birra nel frigo –
Ed è quello che vorresti travare, le aspettative, se mai dovessi un giorno capitare qui,
in questi Stati bene o male Uniti.

Insomma, un bel campo di battaglia per i sogni.

Ecco, tra questi due paletti ci sta una cosa.
Anzi, ci stanno delle cose
chiamiamole persone.
Non tante, circa quattrocento mila
tutti italiani.
Stanno qui e a volte si guardano attorno, usando i paletti come stuzzicadenti,
dopo aver realizzato che la Green Card non si mangia.