Un amore

Uno dei tanti: le corsie, prima di mettersi in fila alla cassa, io le tradisco con il rullo su cui poso la mia misera e compatta spesa: pronta a portarmi a casa soltanto un pezzetto piccolissimo di quella pancia-supermercato che contiene tutto quello che potrei desiderare. Immagino le cose che potrei far stare nel carrello, ma non ne ho uno con me e poi in fondo, mica desidero altro oltre un dentifricio, dell’insalata, un paio di solette da ritagliare, un cartone di latte?

Non ho capito subito

Poco fa il postino, un uomo smilzo e sui cinquanta, ma portati un po’ -come dire- malino, come se fosse rimasto impigliato ad un ramo in una tromba d’aria per qualche decennio, mi ha consegnato alcune raccomandate. «Buona giornata, anche se piove» gli ho detto correndo subito al riparo, dopo aver acchiappato le buste al volo, «meglio di niente!» mi ha risposto ridendo.

7 gennaio

Ho un amico che un anno fa ha deciso di mollare la presa, salutare gli amici, la moglie e i figli, mollare il lavoro, partire per un viaggio e non tornare mai più, lasciare qualche traccia del suo passaggio su un migliaio di fogli dipinti ad acquerello e carboncino. Ho questo amico che chissà dov’è, non l’ha mica detto dove andava e forse in fondo nemmeno voleva partire, ma forse ottant’anni sono tanti addosso e forse hanno l’istinto che esercita uno zaino pieno sulle spalle, quando hai davanti il tabellone delle partenze.

Ciao Claudio 🍐🍫

Di ieri

Io quando sono giù, soltanto tre cose funzionano per non spalmarsi del tutto a terra: il caffè, un abbraccio e il pensiero ad una delle frasi più potenti sentite ultimamente ovvero che la famiglia è la culla della disinformazione mondiale. La combinazione di queste tre è perfetta, ma di solito ci si accontenta di due.

Poi niente, ho sottovalutato la giornata di ieri. Da un bipede che cammina per casa… a due, non è mica poca roba.

Economia domestica

non vedo l’esigenza di un’asciugatrice in una casa di provincia, non la vedo proprio. L’asciugatrice mi ricorda che avrei potuto abitare in un monolocale del centro storico di una città storica: vantarmene con me stessa di avere i vestiti sempre senza grinze e senza puzze, invece che stesi ad asciugare per una settimana su uno stendino sbilenco accanto al letto in un monolocale nel centro storico di una città storica, quindi: [rileggere da capo]

Verosimilmente

Per la prima volta il primo gennaio mi sembra davvero l’inizio di un anno nuovo. Eccolo qua il giorno in cui voltiamo pagina dopo un anno di preoccupazioni, sonno perso, corsie di ospedale, poltrone scomode, letti scomodi, posture scomode, parole scomode. E stanchezza, tantissima, arrivata al limite (ma sono ancora qui, quindi a quanto pare il limite non l’abbiamo superato). Scrivo al plurale, perché altrimenti non potrei fare, azzarderei a dire che è così da 15 mesi.
Mia figlia dorme a nemmeno dieci centimetri da me, sento il suo fiato tiepido sul mio orecchio, una manina a stringere un lobo. Sono le sette di mattina e questa è LA notte più tranquilla delle ultime 365.

Se dovessi metterle su grafico di merito, tutte quelle notti, sicuramente questa sarebbe l’unica segnata in verde: un valore positivo, senza asterischi, senza clausole.

Rilasciate dall’ospedale ieri, dopo l’esecuzione dell’unico intervento operatorio possibile, studiato e cucito sul suo caso. Prepotenti e assetate di casa, siamo tornate nei nostri 70 metri quadri provvisori, a volte divisi per tre e altre per due.
Gli emangiomi sono ereditari? Mi dico che forse non c’è da dare tutta sta colpa al suo essere congenito, nel caso di Agata. Io ho una macchia violacea enorme sulla gamba sinistra, ce l’ho dalla nascita, è sempre stata lì, mai toccata né studiata da nessuno, se non dalla schiera di compagni di classe delle medie, nel corso degli anni, quando arrivava il tempo dei pantaloncini.
Mi dico -e quasi me ne convinco- che se fosse ereditaria, questa proliferazione dei vasi sanguigni che ad un certo punto decide di proliferare su qualsiasi tessuto o organo del corpo umano, io me ne assumerei tutta la responsabilità, e sarei tranquilla come lo è qualcuno che sa di aver commesso un delitto colposo, involontario, ammazzando la normalità.
Ovvero non sarei per niente tranquilla, ma me ne assumerei la responsabilità e tutto sarebbe più digeribile. Invece l’etichetta è proprio “congenito“: il Fegato che Agata si è ritrovata è occupato per gran parte da una matassa-gomitolo-varicosa misteriosa e l’unico modo per sbrogliarla è tirando di qua e di là. Anatomicamente parlando: tappandone gli ingressi, occludendo i vasi sanguigni che la alimentano. Roba che a pensarci mi verrebbe da abbracciare ogni medico che incontro.

Sono felice, ci faccio caso e tiro un sospiro. Scivolo dal letto senza fare rumore, mi infilo nelle calze, nei pantaloni, in una maglietta e nel maglione blu che ha visto tempi ancora più belli, quelli marittimi, quelli metropolitani, tempi fatti di musica e di “tieni il mio maglione che fuori si gela”. Ma non me ne faccio nulla delle metropolitane ora, mi basta metà matassa sbrigliata, un foglio A4 con sei parole: Ridotta La Splenomegalia, No Versamento Addominale.
Tutto bene, Agata, dai che ne usciamo da sto gomitolo.

Ma se per esempio

Una volta parlavo e ascoltavo parlare per la maggior parte della mia giornata. Sempre preferito ascoltare, comunque. Era la fine del 2019 e lavoravo in un grande teatro di Roma, la sera prendevo la metro, poi un bus, poi un altro bus e alla fine attraversavo un ponte chiamato Ponte della Musica, le strisce pedonali e entravo nel retro del teatro. Lì parlavano tutti prima dello spettacolo, soprattutto gli spettatori, e io che dovevo guidare quello con il biglietto “fila D Posto 15” al posto 15 sulla fila D per esempio, avevo tutto il tempo per fare scorta di chiacchiere altrui, totalmente disinteressate a me, sature di giornate borghesi, pulite, profumate di colonia, di lacca, di muschio bianco e pacchetti patatine già aperti e nascosti nelle borse. Avanti il prossimo, fila N posto 9, qui a sinistra prego, signorina ha un sorriso splendido, grazie, è il rossetto che ci obbligano morbidamente a mettere per essere splendidi qui, a teatro, per guidarla sulla sua poltroncina morbidissima.

Insomma nel 2019 non si stava male, che i sorrisi almeno si vedevano, gli aliti si sentivano e si sopportavano. Si leggeva sulle panchine, nelle biblioteche, sulle metro, invece di concentrarsi su come respirare meglio l’anidride carbonica dentro la mascherina. Mi chiedo in questi giorni, settimane, anzi facciamo mesi, se pure io stavo meglio nel 2019, a questo punto. Che non bastava mai la spesa fino a fine settimana, ma si facevano gli straordinari volentieri e a volte scappava pure qualche gita fuori Roma, io e il cane o io e basta. Ogni giorno qualcosa di inaspettato sarebbe accaduto al mattino, bastava bere il caffè e uscire in città.

Ma se per esempio io ora provassi a immaginare me a novembre, il novembre che verrà, con le gite e gli straordinari, le sorprese inattese e la spesa da portare in casa per me e il cane, a me proprio non mi riesce. Vedo il futuro fino a settembre, addirittura so benissimo cosa farò la prossima settimana, giorno per giorno, ma a novembre ho la sensazione che tornerò un po’ come nel 2019, che mica si sapeva che dopo il 2019 sarebbe arrivato il 2020.