Vita oltreoceano

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3 / 06 / 2016 

(A penna nera)

“C’erano tantissimi giovani, non è che mi davano un senso di sicurezza”

Mamma, al telefono [riferendosi ad un convegno al quale aveva preso parte]

E ancora, sempre stesso giorno:

Mai visto un 23 tutto vuoto, arrivare in perfetto orario per non farmi fare tardi, davanti casa, tutto per me- Fino a Piramide (cancellato Piramide) Corso Vittorio Emanuele , tutto per me. Un taxi con 42 posti a sedere. 

CONTINENTE, Vita oltreoceano

Più Libri Più Liberi (Marco Balzano)

Non ho mai letto nulla di Marco Balzano. La mia ignoranza da qui in giù sarà feroce.
Regolarmente, d’estate in libreria, mi arrivano scatoloni timbrati Sellerio: sono carichi di Camilleri, Malvaldi, a volte ne arrivavano alcuni di soli cataloghi.
Rimango sommersa dalla letteratura, sei mesi all’anno, senza via d’uscita. Nel senso che se volessi per caso una copia di Moravia, De Silva o Balzano da tenere in vetrina, sia mai. Premio Strega? Premio Campiello? Chi li compra al mare? Sono ordinati? Mi viene chiesto dall’alto. No, rispondo, perché effettivamente no, non lo sono, ma diamine, non ho chiesto la guida delle Alpi o il manuale pratico del rigattiere. Allora non servono, mi riferiscono secchi, serve la letteratura, quella che si legge.

Che cos’è la letteratura QUELLA CHE SI LEGGE ? Magari ne parlo un altro giorno.

Intanto è arrivato il momento di aggiungere che sì, lavoro in una libreria, ma questa libreria è qualcosa di ibrido tra una libreria in perenne allestimento e un negozio di articoli da regalo. E pure un’altra cosa: il titolare della libreria è uno solo, ma per la sua smisurata capacità di gestire in modo così poliedrico vari tipi di attività contemporaneamente e in varie zone d’Italia (librerie, negozi di borse, campi di radicchio, se non ho capito male), per questo suo modo di coordinare e muovere le cose (le cose funzionano finchè mungono cit) , a me viene proprio naturale parlare di lui al plurale. Molto rispetto, un po’ meno stima, devo ammettere.
E per quelli che credevano che fossi uscita da una favola, la favola della libraia, io direi che mi pare più da una raccolta di racconti, di quelli che finiscono dopo due pagine. Selfpubblishing, tra l’altro, dove non si capisce nemmeno lo stile dell’autore.

In inverno poi, quando mi sposto, per esempio a Roma come quest’anno, una delle prime domande che si può fare ad una persona conosciuta è Che cosa fai nella vita. Non so mai cosa rispondere, mi verrebbe da parlare di tempo, piuttosto. O di quello che ho cucinato per pranzo.  Faccio quella che evita di dar spiegazioni, perché altrimenti, a grattare troppo, verrebbe fuori pure che mi vergogno del mio accredito da libraia, per entrare alla fiera quando e quante volte voglio, durante questi cinque giorni.

Insomma, ora devo pure buttare giù due righe su Marco Balzano, altrimenti sta cosa che scrivo, tanto vale che non la chiamo Più Libri Più Liberi (Marco Balzano).
Ninetto é il protagonista de L’ultimo arrivato, nasce in un posto, emigra in un altro, cresce, gli accadono delle cose in un contesto non proprio borghese e va a finire che si ritrova adulto e stupito nei giorni nostri. Voilá, guarda che bella fetta di Italia ci hai descritto, Marco (niente spoiler, ho solo riportato la quarta di copertina).
E poi Ninetto! Ma che bel nome, perché mi è così familiare? Davvero tanto, tanto familiare. All’improvviso mi torna  in mente Sandra Petrignani e il suo Addio a Roma, uscito per Neri Pozza nel 2012, in cui l’autrice impasta dettagli biografici della vita di molti (moltissimi) esponenti dell’arte e della letteratura del 900, alla vita di una ragazza, Ninetta, che si ritrova catapultata in quella che è la Roma intellettuale tra gli anni 50 e i primi del 70.
A distanza di qualche anno, a rileggerlo, trovo la parte romanzata decisamente debole, e pure frettolosa in alcuni punti, resta comunque a mio parere un bel saggio, un trampolino di lancio per chi (come me, quando l’ho letto) non saprebbe da che parte affondare le mani nel secolo scorso. Praticamente il rovescio de L’ultimo arrivato, a sentire la presentazione.
A fine incontro mi avvicino a Balzano, sta sistemando alcuni fogli nella borsa, ha ancora una penna in mano. Si ferma, mi guarda e forse pensa che dovrà fare un autografo, e a me un po’ dispiace non avere il suo libro dietro, ma non amo particolarmente le firme o le dediche, glielo dico e ride, riponendo la penna in tasca. Scopro così che nemmeno lui si era accorto di quella vicinanza con la storia della Petrignani, nonostante la conosca bene.
Chiacchieriamo un po’, Salutamela se la vedi, mi dice. Chissà che ha pensato, io, Sandra l’ho vista una volta al bar a Lepanto, beveva un caffè, però non glielo dico, questa me la segno, penso. Magari poi, un giorno, va a finire che nasce una rubrichetta qui, sulle coincidenze, ma di quelle piacevoli, come questa. Ne ho almeno una decina, già annotate.

[Continua]

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CartaCarbone Festival / Treviso

Oggi ho scoperto una cosa, che non avrei mai scoperto se non avessi aperto per sbaglio con il gomito un link su qualche colonna laterale di chissà quale motore di ricerca.
Ho scoperto che domani sarò al Festival Letterario CartaCarbone di Treviso ad ascoltare e prendere appunti, per porre rimedio alla mia memoria corta e fame di libri.
Non conoscevo l’evento e a quanto pare, domani che è domenica sarà l’ultimo giorno di presentazioni, letture, concerti e qualsiasi altra cosa che possa amalgamarsi con la letteratura, non solo Trevigiana ma di tutta Italia.
Evviva. Un evento Nazionale che mi stavo per perdere solo perchè abito nella campagna di stacippa più profonda del Medio Friuli.
A pensarci, quante altre cose mi sono persa solo perchè nel momento giusto non sono salita con i gomiti sulla tastiera del pc? La mia cultura personale vive di acciacchi e si nutre di cose aperte a caso.
Ad ogni modo, ho apeto il volantino interattivo, come lo chiamano sul sito, un pdf di 42 pagine di cui: le prime quattro di sponsor. Ma a me piace leggere le cose che non sono da leggere in fin dei conti e ho notato, per esempio, la presenza del Corriere del Veneto nei Media Partner. Sono stata proprio contenta a sapere che ci fosse anche un giornale a promuovere un festival poco più che neonato, ma forse sono io che mi stupisco troppo, abituata all’indifferenza culturale generale, dopo cinque mesi passati su un’isola. Poi mi sono soffermata sullo Sbrojavacca Viaggi nella sezione dei Project Partner, ma solo per il nome.
Le pagine a seguire, intervallate in modo delicato e quasi piacevole da prosecchi e mozzarelle locali, erano zeppe di incontri e appuntamenti che inevitabilmente ormai mi ero persa. Per esempio giovedì 15 c’era Fulvio Ervas. E il giorno dopo, venerdì, cioè ieri, c’era di nuovo lui a parlare del suo ultimo romanzo Tu non tacere che ricordo di aver letto a metà estate, un pezzettino alla volta, ad ogni pranzo. Chissà ora dove sei, Fulvio.
Poi, non vorrei sminuire altri autori, che so, Barbara Fiorio, Francesca Mazzucato o Lello Voce (importatore ufficiale del Poetry Slam, scrittore, poeta e insomma un tuttofare geniale e attivissimo nel campo letterario-vocale. Ci sono un sacco di link sparsi tra queste tonde, comunque, Anche qui: clic), ma sono davvero contenta di aver scoperto l’esistenza di CartaCarbone, sebbene al suo ultimo giorno di programmazione.
Domani saranno presenti Paola Mastrocola e il suo Esercito delle cose inutili, Paolo Nori con la sua Piccola battaglia portatile e Francesco Piccolo con i suoi Momenti di trascurabile infelicità, tutti a raccontare di se parlando di cose loro e cose non loro. Una tripletta di autori in piena circolazione tra le mie letture, se così si può dire, ma ci saranno anche Paolo Maurensig, Francesca Marciano e altri, che mi sembrerà di essere di nuovo a lavorare in libreria, con gli autori al posto dei clienti e le parole al posto loro.

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Un imprevisto

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La notte del trenta di Giugno avevo preso un appunto sul retro di un quaderno, questo appunto era

E ad ogni modo non cambia nulla, anche se sono nata oggi.

Poi la mattina l’ho riletto, l’appunto, e ho pensato che non aveva molto senso e allora ho scritto una cosa, mentre aspettavo il caffè, che é questa qui

Il compleanno é quella cosa che un po’ te lo aspetti è ma poi non te lo immagini tanto. Mi sveglio ed è un giorno e basta, finalmente é una mattina non afosa, ho dormito bene e non c’è più la stanchezza di ieri sulle spalle. Che poi finisce sempre sulle spalle, la stanchezza. Finisse sullo stomaco o nelle gambe, per sempio, io non saprei proprio come fare, che sto in un posto di quattordici metri quadrati per sei sette ore al giorno a lavoro e per sgranchirle, le gambe, non è che ci sia molto spazio, su e giù per le due corsie parallele tra i libri. Allora questa mattina che mi sono svegliata ed era un giorno qualsiasi, ma più bello, perché avevo dormito bene, sono di una leggerezza. Non mi sembra vero nemmeno, penso, dormo così male ultimamente, e infatti poi mi ha preso la sensazione che c’era sotto qualcosa e questo era dovuto al fatto che era la mattina del mio compleanno, ma l’ho capito solo quando ho acceso il cellulare, cioè adesso.
Ora, io non faccio parte della categoria delle persone che si sveglia di malumore e nemmeno faccio parte di quella di quelli che quando è il loro compleanno sembra che sia un imprevisto, che accade e va superato come si supera un esame o una giornata estremamente estenuante a lavoro. Accade una volta all’anno, vuoi che sia una cosa così terribile?
Comunque non ho altro da aggiungere se non il motivo per il quale scrivo adesso e cioè che non cambia nulla nemmeno da ieri a oggi, che l’anno in più l’ho compiuto giorno per giorno negli scorsi trecento e passa giorni.
Evviva la mamma, comunque.

Poi, ad un certo punto ho capito che E ad ogni modo non cambia nulla, anche se sono nata oggi avrebbe iniziato ad avere senso solo il giorno dopo il mio compleanno, quando non sarebbe poi cambiato granché ad essere nata il giorno prima, ieri.

 

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Cose di passaggio

Quando viaggio in treno prima delle sette a emme,

Soprattutto dopo la metà di Ottobre, quando il sole non ha tutta sta voglia di dimostrar mattina ed una specie di nebbia ricopre case, piscine e tralici,

guardando il riflesso nel finestrino opposto al mio, vedo sempre neve.

Di quella soffice, che appunto ricopre tutto ciò che in quel vetro viene riflesso. Se è condensa o effetto ottico, non importa. Vedo neve e non lo dico a nessuno.

Che poi mi passa la nostalgia de l’estate-sta-finendo tutta in un baleno, d’altronde l’inverno ha il suo fascino, soltanto ad immaginarlo.

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86* / quel che rimane di New York

Quella volta che siamo stati fuori per tutta la notte, pascolando tra le vie di Noho, Chinatown, finendo ad ordinare per obbligo qualcosa da bere in un locale.
Ventun’anni? Si, certo, anche ventidue. Ma il passaporto, la patente, un tesserino identificativo non te lo porti dietro, ragazza?

Abbiamo girato una ruota della fortuna davanti ad un karaoke Coreano, era ancora estate.
Ci siamo addormentati davanti ai ramen, abbiamo sbagliato fermata almeno una decina di volte, ma siamo tornati lì dove avevamo bagagli e cuscini.
Il giorno dopo abbiamo perfino deciso di perderci, ognuno per conto proprio. Chi dallo zoo è passato a Broadway, chi si è spinto verso il New Jersey.
Un po’ come quando sei in Carnia, non vorrai fermarti ai pascoli delle mucche? Un piede oltre il cartello AUSTRIA si mette sempre.
Un po’ come nel sud della Georgia, vuoi non respirare un po’ di Florida, un po’ di estate in qualsiasi mese?

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Chi ti trova più se ti perdi a guardare in alto, sulla trentesima?
La combinazione letale potrebbe essere invece rimanere qui ancora un po’. Oltre il limite di dodici mesi stabilito.
Ogni giorno nel perdersi voluto, fino ad ignorare completamente i grattacieli che fanno da famiglia a chiunque, sarebbe così, vivere qui?

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Ieri avevo un programma. Non ne faccio spesso, ma ora che l’estate sulla Long Island sta finendo, mi sono accorta di non aver fatto ciò che faccio in ogni posto in cui mi fermo per più di un paio di giorni.
Ho così preparato la bici e della frutta la sera prima, impostato la sveglia alle 4 a.m. e stesa sul letto in pigiama e tazza di tè accanto.

Il sole sarebbe sorto alle cinque. Avrei giusto fatto in tempo a percorrere le dieci miglia fino alla Dune Road e stendere una coperta sull’erba davanti all’Oceano, per vedere la mattina arrivare.

Peccato non sia riuscita ad addormentarmi prima dell’una.
Alle quattro ho rinviato la sveglia ed alle quatto e dieci l’ho rifatto ancora. Alle sei e quaranta aro ancora a letto, ho aperto gli occhi e mi sono sentita proprio infelice, accidenti.
Non progetto nulla da otto mesi, che non sia la colazione del giorno stesso, qualche minuto prima, questa volta avevo organizzato tutto e mi impedivo da sola di alzarmi. Volevo, ma il mio corpo era contrario.
Trascinarmi il senso di infelicità dal letto alla cucina, non me la sono neanche presa con gli avanzi di sushi trovati sul tavolo. Ero in casa ieri sera e non mi avete nemmeno chiamata per cenare insieme a voi. Alla faccia della famiglia.

Ecco, in realtà sì me la sono presa, ma solo perchè i pezzi di sushi avanzati era proprio i miei preferiti. Quasi non aveste voluto fare rumore a bussare alla mia porta, a “disturbarmi”. Doppia sconfitta per me, e non erano nemmeno le sette, l’ora del latte che bussa alla porta.
Avrei iniziato a lavorare poco prima del tramonto, potevo così tranquillamente decidere di godermi il sole da qualsiasi parte dell’isola -che tra l’altro quel giorno era coperto da nuvoloni color lavanda- o starmene a casa a finire Stephen Crane mangiando gli avanzi-preferiti.

Ho invece preso la macchina, allacciato la cintura, incrociato le dita nella speranza di non perdere ancora una volta pezzi di motore o ruote
e sono partita verso l’Incrocio.

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L’Incrocio è il posto nel quale se giri a destra la strada porta verso la spiaggia, l’Oceano, il Caffè-Panetteria, la fine dell’Isola, prendendo la sinistra invece si arriva a New York. In tre ore. Nel bel mezzo si trova di tutto e di più, compresi Oceano, spiagge e Bar. Di solito per non avere troppo imbarazzo della scelta preferisco dirigermi verso la fine dell’isola.
Quel giorno invece ho virato in direzione New York e dopo un paio di miglia ero già ferma davanti alla stazione dei treni. Al Trackside Cafè.
Di solito le cucine trafficate nei locali mettono fretta, oltre che mal di stomaco, al cliente. Non funziona così al Cafè di fronte alla ferrovia.
Ci sono almeno cinque dipendenti, tutti indipendenti al lavoro, quasi fossero in proprio, quasi non avessero un domani. E farsi servire al tavolo una tazza bianca di caffè aspettando un paio di uova e qualche striscia-fettina di bacon è il miglior inizio di settimana degli ultimi mesi. Ho aperto il mio quaderno degli appunti, iniziato a scarabocchiare qualcosa a penna nera. Poi è arrivata la colazione, ma il burro sul french toast rendeva la sua crosta bollente, così ho aspettato altri dieci minuti, fino a che l’acquolina si è fatta fastidiosa, tra me, le parole che scrivevo e la fame.

Meey lavorà lì, Meey è un nome di fantasia che le ho dato dopo aver scordato per due volte di seguito lo spelling reale.
Dovrebbe suonare qualcosa come “Mii”, con doppia “i”, ma “Meey” ha qualcosa di americano che nemmeno so spiegare. Che forse nemmeno esiste. Ha un accento particolare, lei. Si muove agile tra la cucina a vista del Cafè e con un senso di spigliatezza quasi grezza chiede a chiunque non stia masticando o portando la propria tazza alla bocca “It’s everything okay folks?

Dopo avermi riempito per la terza volta la tazza in mezz’ora,appoggiandosi al bancone con la caffettiera in mano e fissandomi mentre sorseggiavo il caffè bollente, ha detto qualcosa del genere – ovviamente in inglese:
Hey, ma che scrivi così fitto fitto sul tuo dannato quaderno?
Ho così dovuto spiegarle che di solito le cucine trafficate nei locali, a me mettono fretta. Però qui il cibo è buono, la fretta sembra calma ed il fatto che siano tutti in movimento attorno a me, semplicemente fa venire voglia di scrivere.
Anzi, tutto questo traffico mi fa venire voglia di imprimerlo su carta.
Lei ha sospirato, come rassegnata, ha preso una penna dal portaoggetti sul bancone e mi ha scarabocchiato il suo numero -niente nome- sull’angolo del mio quaderno a righe.
– Sta sera finisco alle sei, chiamami che si cena insieme – ha detto scrollando le spalle.

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Sconosciuti

Volevo fare un polverone trattando ancora di Americanate, ma proprio un paio di giorni fa mi sono ritrovata a parlare con uno sconosciuto di un argomento che spesso giace nel girone del vanitosi dopo aver percorso il vasto ramo della filosofia spicciola.
Ma la lingua inglese permette più inflessioni di quante l’italiano possa esprimere mettendo in riga “Capito?”, “no?” “Cioè” e in allegato tutta la serie di gesticolii.

Questi Americani la fanno più facile degli italiani, sarà che si arrangiano per la maggior parte dei casi rigirando i condizionali come calzini?chissà perchè? Questione di facilità?

Insomma, penso che sia così anche per l’Arte, abbiamo un sacco di concetti in un’ipotetica lingua universale. Funziona così: tutti parlano, chi più, chi meno, ma comunque per esprimersi e farsi capire. Poi accade che qualcuno dice qualcosa di così colorato e scostante da ciò che gli altri un minuto fa mormoravano, che crea un po’ di movimento, approvazioni, dibattiti, riscontri e proteste. Il tutto per aver espresso se stesso in modo personale. Questo è, a mio parere, l’Arte, disse lo sconosciuto rimettendosi il cappello e lasciando sul tavolo del Benvenuto Cafè una manciata di dollari come mancia.
Mancia per un caffè che non aveva mia preso.

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Nella mia settimana di vacanze passata a New York ho cercato più volte di ricordarmi dove fosse un posto nel quale mi ero fermata mesi prima, all’inizio dell’estate, in uno dei miei ultimi weekend lunghi, liberi.
Un locale che avevo trovato per caso facendomi sorprendere da un’appiccicosa pioggia. Dalla vetrina avevo visto un grande tavolo in mogano, non molto alto e con gli sgabelli in legno. Non c’erano che una manciata di persone, qualcuno seduto davanti al proprio laptop, altri impegnati a leggere un libro o giornale.
Ci sono entrata, rendendomi conto dopo pochi passi che si trattava di uno Starbucks.
Non avevo ancora iniziato la mia battaglia contro gli stereotipi e stavo per uscire subito, ma la pioggia si era fatta scrosciante e mi trovavo sulla 31esima strada, quella zona dove se non è uno Starbucks ad accoglierti, lo farà certamente un McDonalds o una fermata afosa della Subway.
Lì ho conosciuto un pezzo di Manhattan che mi mancava. Quello di Wall Street.
Perche coloro che ci lavorano, nella pausa pranzo si vanno a rifugiare in posti così, oppure nei parchi. Non è difficile vedere uomini in camici, cravatta e zainetto stesi su qualche roccia o all’ombra di un salice in Central Park. Enormi lucertole umane, che non siete altro Newyorkesi!

Michael ha 28 anni, non è sposato -ha tenuto a farmelo sapere dopo essersi presentato-
Io ho annuito sorridendo e ripreso a leggere Wallace, ma lui ha continuato a chiedermi se per caso la macchia che avevo di inchiostro sul polpastrello dell’indice a del pollice fosse dovuta al fatto che sono una persona che prende tanti appunti.
Non so che razza di collegamento, Michael, tu stia facendo –  gli ha detto il cameriere passando accanto con una brocca fumante di caffè e riempendomi il bicchiere.
Nello Starbucks, si.
Allora ho pensato che nulla qui fosse convenzionale, che era il caso di accantonare davvero questi stereotipi e fare un passo indietro e due avanti, solo per rendersi conto che ogni volta che dico A, non è detto che sia per forza una a maiuscola.

E tutto ciò per dire che quando poi, accanto a me si andrà a sedere un americanissimo fan di Biagio Antonacci, eviterò di snobbarlo, ma guarderò con ammirazione il polsino con le iniziali dorate del suo idolo ringraziando l’Oceano per non essere proprio una muraglia tra Europa e America.
Capito?
E spargiamola un po’ di questa internazionalità, che si tratti di Morricone o di Biagio, pare sempre un buon inizio.

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Vita oltreoceano

Say it twice, say it again

(PREMESSA:
Questo post conterra` accenti mancati, sempre che si possa contenere qualcosa che manca. Attualmente il computer in uso ha una tastiera non soltanto qwerty ma anche قشعرتط , che qualsiasi cosa voglia dire, giuro si scrive pigiando qwerty in modalita` arabica.)

Se trovarsi di fronte a case rosa non sorprende piu` alcun italiano, a meno che non sia vissuto per tutta la vita a Lugano o Milano zona aeroporto, imbattersi in qualcosa del genere puo` sconvolgere qualsiasi prospettiva. Le usano le biciclette a New York,
piu` di Seattle, questo e` certo,
piu` di Udine, un po` meno, certo, ma pur sempre notevole [ammetto, la mancanza di accenti mi sta facendo impazzire dalla prima riga, ma non vale la pena di buttare la spugna, ora che, seduta dall`altro lato dell`isola di New York, cerco di spiegare qualcosa che vada oltre il rosa delle case rosa del West Village].

Quindi, l`inglese sta diventando il motivo per il quale stringere i pugni e resistere, qui, oltreoceano. Non avrei mai pensato fosse cosi` difficile. Sara` che non mi ero mai scontrata con una lingua diversa dall`italiano e del russo in modo cosi` diretto. E ci va pure di mezzo la mia sopravvivenza.
Ed invece eccomi qui, a passare i mei martedi e mercoledi in compagnia di stranieri, americani, spagnoli, chiunque, eccetto portatori di madrelingua. La mia madrelingua. Quella che per esprimere un concetto, se non si gesticola, e` come l`acqua dopo i cavoli bolliti, senza cavoli.
In realta` gia` il fatto di non svegliarmi ogni mattina con l`idea di tradurre ogni singola cosa che mi venga in mente, in modo totalmente random, dall`italiano all`inglese, mi riempie di gioia. Gioia che rende le mie ossa leggere, anche alla visione dell`Oceano (ogni giorno piu` pesante e blu, oltre la finestra del mio bagno).

Ma che dire di questa Grande Citta` che accoglie a braccia aperte abitanti e turisti allo stesso maestoso modo?

Sette mesi e mezzo sono scivoltati, tra poco smettero` con i conti alla rovescia per eccesso, perche` la fine prima o poi dovra` arrivare. Ne avevo parlato qualche post fa, ma davvero e` impossibile oltre che visitare anche solo stufarsi di New York, per quanta musica si possa sentire agli angoli di Manhattan o Brooklyn, nelle Subway o sotto i ponti del Central Park all`ora del tramonto, per quante foto si possano scattare, fermando senza bloccare momenti di vita quotidiana in questa metropoli,

mai si potra` trovare le parole perfette per descrivere il Tanto che c`e`.

Seduta al bar a leggere cose che mai avrei letto mesi fa, il caffe` in tazza grande, qualche tranquillo e riposato cameriere attorno. Nessuno mi chiede di alzarmi finche` non avremo finito l`ultimo sorso e mangiato l`ultimo pezzo di bacon.
La meraviglia sta nel sentirsi a casa ovunque, su qualsiasi strada, a qualsiasi ora. |
E se questo non e` un dono che la citta` fa a qualsiasi visitatore, ditemi voi cos`e`.
In Noho nei negozi di vestiti vendono granoturco. Mais, pannocchie, come preferite. Non ho immagini di tutto cio` perche` per la sorpresa ho lasciato scivolare la mia macchina fotografica in borsa, gustandomi cucchiaini di corn intervallati a bicchierini di rosso. Californiano, mica cose pacchiane. Mais e Vinello.
Capite quanto assurdo ora possa suonare un abbinamento come pere e formaggio o prosciutto e melone?

 

 

Mi devo organizzare meglio, il primo passo e` fatto, alla fine ci sono riuscita: in macchina fino alla Citta` e oltre, nel traffico giallo e rosso della 6th Ave, dopo il ponte di Brooklyn, le folle colorate, venditori di Tacos, frutta, involtini primavera, fette di pizza, hot dog con cipolla o senza, biglietti per Broadway, biglietti per club privati, altri meno privati. Tutti ambulanti. Tutti pronti, tutti a fare qualcosa.
Eppure sono certa di aver gia` incontrato qualcuno due volte, sebbene l`improbabilita` del fatto in una Citta` cosi` immensa. Come quel signore con il cappello blu, che ha girato l`angolo alla fine della 23esima, proseguendo verso Sud la settimana scorsa. L`ho incontrato oggi, mentre percorrevo la Bowery. Mi ha sorriso, come si sorride ad un vicino di casa.

Alla fine non sembra tutto cosi` casuale come le luci ci fanno credere. C`e` un bel criterio complesso che si crea man mano che si accetta la Citta` come un grande Monopoli o Gioco dell`Oca. E numeri binari al posto dei dadi.

 


Ora la smetto, mi aspetta ancora un piatto di minestra in scatola (ora in pentola). Ceci, pasta e porro, che qualcuno molto gentilmente mi ha preparato come alternativa alla colazione che ho mancato.

Penso all`Italia a volte.  Forse meno di voi che ci abitate, ma non la riconoscete piu`, ma giuro. Manca.

 

 

[Casa di S. L. R. New Jersey, 2013]

#DECINE mensili, Vita oltreoceano

#1

#DECINE
Luglio, Luglio,
sii gentile e dammi il tempo per accumulare una decina di cose insieme. Una alla volta va benissimo, una al giorno. 

 

Non viene considerata la pazienza,

la maestria nel creare coreografie di cartone su altro cartone,

non viene più nemmeno criticata l’andatura, ammirato il passo spedito,

la città si crede piccina, si veste di verde, colora le gonne delle sue abitanti e fa crescere i baffi e le barbe agli uomini.

Le pozzanghere a terra hanno da ridire sul colore della pioggia. Nel Central Park ci si sente a casa quanto sulla cinquantaquattresima,

Linea C, intere folle scendono alla fermata prima di Wall Street, lavoratori che forse hanno bisogno di sgranchirsi le gambe prima di sedersi davanti al proprio Mac.

Produttori, spazzini, commercialisti, insegnanti, disoccupati, camerieri in infradito e politici.

Li guardo, mi immagino ancora più parte di quella Domenica pomeriggio, anche se già ci sono dentro.

Accanto a me, al semaforo, la gente mangia il proprio pranzo in vaschetta, apre e chiude il quotidiano, guarda in alto, avanti, sbatte le ciglia per la polvere,

la sorpresa, la stanchezza. Siamo fermi sulle strisce, pronti per partire, scatta il Bianco,

per noi su due piedi è il via.

Ho ripreso a contare i secondi per attraversarle, le Street e le Avenue. Undici, in qualsiasi caso.

 

Il trenta giugno è la metà dell’anno, ed è un po’ come giungere alla fine del primo capitolo.

Davanti alle scuole chiuse continuano a tagliare l’erba. Dormo con la finestra aperta da una settimana, la nuvola Tropicale di umidità ha fagocitato la Long Island.

Mi piace, non è l’umido Italiano, quello che ti si appiccica addosso – è proprio un vento acquoso, che non facendoti respirare ti lascia una sensazione di fresco sulla pelle.

Immune ne è la Città dove i grattacieli riparano dal sole abbracciandoti tra pareti di vetro e cemento bollenti.

Il trenta giugno mi dice che siamo al cinquantapercento. Sei mesi sono scivolati, e con loro le coniugazioni, i gerundi e il participi, di qualsiasi tipo.

In spiaggia, con la sabbia di vetro tra ogni giuntura, le onde a rendere l’Oceano bianco, i bambini senza fretta, mamme con meno tempo, coppie, jeep dalle grandi ruote.

 

Non viene considerata la pazienza, quella impiegata per rendersi conto di essere a casa un po’ ovunque.

Sui marciapiedi, a fine giugno duemilaetredici, vendono Avocado, pesche e magliette I cuore New York,

hanno calze a righe, impermeabili gialli, ombrelli aperti ancora prima di sapere che pioverà, se pioverà.

Turisti sui Bus rossi e gialli a due piani scattano foto ad altri turisti, i taxi superano altri taxi.

China Town non è mai stata così viva e a pensarci mi vien voglia di tornare a casa in Italia, prendere per mano tutti coloro che si sono rifiutati di assaggiare involtini primavera e anatre laccate

e portarli a mangiare al Jing Fong Restaurant sulla Elizabeth St. Offrirei io, la prima sera.

Gli abitanti della Grande Mela si mescolano tra loro, non si conoscono ma si riconoscono. Fanno finta di non avere tempo, evitano il centro dei marciapiedi e Times Square.

Si nascondono nei parchi o nei Deli, dopo essere usciti dagli uffici, cantieri, laboratori.
Pagano i Cinema dietro casa ed evitano Broadway perchè il denaro è tempo.

I grattacieli più alti, per loro, resteranno sempre quelli dell’Undici Settembre.

Entrano negli Starbucks, escono dalle metro, vivono nel Bronx e lavorano a Manhattan, fumano di nascosto dai figli, non si lamentano dell’aria condizionata nei treni, uffici e negozi. Piuttosto hanno tutti un maglioncino in borsa, una confezione di fazzoletti e le donne, quelle si, sempre un rossetto.

Li accomuna la voglia di restare dove sono.

Vita oltreoceano

Lettere tra colleghe

Volevo parlarne
di Bushwick, di Brooklyn e delle scarpe appese ai fili della luce.
Alle strade di polvere e delle persone come fogli bianchi. 
Ma non ho più ritrovato le parole, le avevo consegnate già tutte a destinazione. Quindi copia-incolla e taglia, ed ecco qui ciò che non so ripetere.

 *

Buon Giorno […]

le mail dovrebbero arrivare senza intoppi, quindi boicotto gli sms, per questa volta.
Ho visto che mi hai scritto ieri sera -oltre a questa mattina- e mi sono preoccupata per te, i tre bambini a casa e la mamma (loro, per fortuna.)
Che cosa hai inventato? Che cosa state facendo? Che cosa avete fatto? Stai resistendo o ti stai divertendo? Spero ci sia sole. Perchè qui piove ed il piccolo dorme sul divano tra i cuscini, così trovo il tempo di scriverti. Mi hai dato [vai di traduzione italo-americana] una forza immensa sabato, scaraventato addosso il senso del rispetto, nei miei stessi confronti.
Ultimamente non rispettavo che la regola della commiserazione e dell’ “Okay”, cosa che non va mica bene. […]
 
Ebbene si, questo weekend è stato uno dei più strani, passati a New York.
[…] non avevo idea che la Subway avesse chiuso la linea C, proprio quella che avrei dovuto prendere per arrivare a Brooklyn.
Non stavo bene. Troppo caldo, cemento bollente, sole a mezzogiorno. Avevo delle scarpe chiuse con tanto di calzini neri, sono andata in iperventilazione dopo cinquecento metri, poco dopo aver passato il quartiere di Fulton. 
Mi hanno accolto gli scalini di una di quelle tipiche case di Brooklyn, famose proprio per glis calini. Più, un bicchiere d’acqua direttamente dalla tanica di plastica che una volta deve aver contenuto sei litri di latte, che l’inquilino della casa-con-scalini (dopo essersi a dovere spaventato) mi ha gentilmente portato. 
Per la prima volta ho pianto, e devo dire che nemmeno mi è dispiaciuto. Le lacrime erano addirittura più fresche dell’afa, scendevano e mi sentivo meglio. 
Ma non era una bella visione a quanto pare, chiunque passasse mi guardava per un attimo e poi voltava la testa dall’altra parte. Che razza di imbarazzo ci assale nel veder piangere qualcuno? 
Stavo li, senza scarpe, con questo omone nero in pantaloncini da basket che non sapeva cosa dire o fare. Grande com’era occupava l’intero pianerottolo, al di sopra di me, alla fine ho dovuto tranquillizzarlo io, per farlo sedere dove prima era seduto.
Io avevo solo bisogno di sedermi e smettere di far girare la testa.
Sarei rimasta li, fino a finire l’intera tanica, ma cosa avrei dato per non avere nessuno accanto in quell’istante. Nessuno che mi venga a prendere, a recuperare. Non so per quale motivo questa sensazione si impossessò di me per tutta l’intera durata del weekend. 
Non bastò alloggiare in una casa nuova, […] non bastò passare la notte in un altro locale meraviglioso, ad ascoltare e assorbire musica viva.
Non bastò nemmeno la domenica a Bushwick, in occasione della settimana “Open Studios” dove centinaia, ma che dico, migliaia di artisti hanno aperto le porte dei propri laboratori nell’intero quartiere. Pittura, scultura, installazioni di legno, silicone, vitro, polvere, carta, ruggine o tutto insieme. 
Immaginati un edificio enorme del 1900, a tre piani e tante stanze. Finestre “a vetrata” ancora alla vecchia maniera, stoffe bianche, arancioni o blu a coprirle. Ogni artista, nella sua stanza, per la sua stanza, tutta la vita dentro. E il risultato lo vedevamo noi, spettatori, in tre giorni all’anno. 
Questo è B.O.S. – Bushwick Open Studios. Ne avevo sentito parlare, ma non mi sono mai esposta più di tanto per capire di cosa si trattasse. Oltre l’edificio altre case, condomini o soltanto piccoli locali residenziali, porte aperte ovunque. Entrate e guardate, interagite. 
Io, Abituata alla biennale di Venezia, nel suo splendore concettuale o al massimo minimalista, non mi aspettavo nulla quanto mi hanno proposto di fare un salto a Bushwick. Le cose in Italia iniziano e finiscono, ho detto, qui sembra invece che la fine non esista. Ma forse non avrei dovuto nemmeno provare a spiegare una frase simile in inglese. Letteralmente è stata presa per ovvietà, con il risultato di chiedermi se conoscevo la parola “universe”, mimando con le braccia cerchi nell’aria. “Magari in italiano si dice in un altro modo”  .
[…] mi sono arrabbiata più o meno nello stesso modo in cui mi arrabbio ai “what” dei bambini americani. Quei what di risposta alle mie di domande in inglese. Vento che passa.
 
Insomma, ci pensi alle cose in Italia come accadono? Si rimette tutto a posto, si pulisce e rimane tutto in fotografia. 
“Ti ricordi quella volta…?” 
“…Si, è stato bello”. 
Qui il sogno continua anche da svegli, dopo questo weekend tutti loro -pittori, inventori, creatori con mani come zampe, tuttofare-  riprenderanno a fare ciò che hanno fatto negli ultimi tre giorni e in quelli precedenti ancora, ma senza spettatori in massa. La festa prosegue, contemporaneamente alla vita, al respirare, andare in bagno e mangiare. 
 
L’aria lì è afosa per noi umani con un “lavoro” e le responsabilità d’oro annesse in tutte le tasche. Sebbene abbia ammirato e sia rimasta affascinata da così-tanto-mischiato-insieme-senza-stonare, mi sono sentita in bilico tra il concetto dell’insopportabile e quello dell’indispensabile. Il primo dovuto al senso comune del dovere, che mi faceva considerare l’intero evento (nonchè l’intera vita di quella comunità di persone) una cosa impossibile, il secondo per il semplice fatto che stavo finalmente sorridendo e invidiando, senza alcun rancore, alla visione reale di quelle persone così libere di esprimersi. 
Perchè non è facile avere carta bianca, non è facile interessarcisi, in quanto tale.
Loro con quella carta bianca ci stavano addirittura affascinando.
E noi, impantanati nella routine a quadretti o a righe a scelta, a camminare immobili tra di loro.
 
Insomma, non è bastato. Sono rimasta stordita, e non era il caldo, ho sbattuto la testa contro una tela, ho rovesciato una bottiglia di merlot lasciata in bilico su una pila di schizzi e pennelli ammucchiati, quasi il mio corpo si volesse ribellare a tutta quella libertà di espressione.
Brooklyn mi precede e mi sorprende ogni volta. 
Cosa sarei senza aver visto la nostalgia di casa farsi casa in un posto sconosciuto?
 
Lo vedo, ora hai un motivo in più per cercare di meglio, in tutti i sensi.
 
Ti auguro un pomeriggio tondo e bello. 
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