Un’idea di famiglia

Mia mamma mi ha avuta a venticinque anni. Aveva un lavoro bellissimo, un marito bellissimo e una preziosa batteria di pentole tedesche che il marito bellissimo non è riuscito a portarsi via una volta diventato suo ex marito. A quel punto, trattenute le pentole in cambio del mancato assegno di mantenimento, nemmeno contemplato ai tempi dell’Unione Sovietica e dei colpi di testa degli uomini con figli a carico in età universitaria, mamma ha deciso che andava bene così, anzi, era quasi meglio così: un lavoro bellissimo, una figlia di appena tre anni che si arrampicava su qualsiasi cosa, una batteria di pentole. Era tutto andato storto, eppure stava ancora in piedi.

L’estate dei mei venticinque anni l’ho passata a piangere una storia finita male, malissimo, percorrendo i chilometri in Villa Borghese nel cuore di Roma e mangiando pizza al taglio unta a pranzo e cena. Nel mio piccolo bilocale in zona Ostiense ancora non abitava nessun gatto, nessun cane nero e ben poche persone avevano messo piede nello scomodo bagno in balcone. Leggevo molto, lavoravo in un’enoteca part-time, in un negozio di tè per l’altra parte di part-time e cercavo di raccontare lo stupore di essere indipendenti. La mia idea di famiglia era singolare, non perchè più speciale rispetto le altre, ma perchè comprensiva di un solo individuo: me.

Poi niente, a volte pensavo ai compromessi. Pentole e figli da crescere, i nervi saldi da tenere in un mazzetto ben compatto, evitare lo stress, pesare le azioni prima di agire. Di certo io non ho lo stesso tracciato di nessun mio antenato, non ho seguito percorsi costruiti e programmati, nessuno mi ha mai obbligata a fare nulla, se non le solite cose che partono con il mettersi i calzini e finiscono con il “torni per cena?”. Almeno fino a che non sono uscita di casa, raggiunti i diciotto.

I compromessi comunque non li ho mai amati, così come quel morbido e all’apparenza naturale obbligo morale di adempiere il compito di madre, prima o poi, in quanto donna. Per qualche motivo, quel pensiero ricorrente è rimasto sempre a metà. Quando diventerai madre, capirai era la frase tagliente a fine di ogni litigio in famiglia, ai tempi della scuola. Per sfuggire a quell’imperativo, mi sono ritrovata a lavorarci, con i bambini. Tanto, fino ad arrivare in America come ragazza alla pari, fino alla nausea e alla solenne promessa a me stessa che se un giorno di mia spontanea volontà evessi scelto di avere un figlio, non sarebbe stato qualcosa di programmato e cercato. Ero certa che il mio corpo avrebbe deciso con me, come ha sempre fatto.
Negli anni mi sono scontrata con decine di opinioni contrastanti, mai nessuna identica alla mia, tutte giustificate da una spinta biologica, che a quanto pare non sembrava appartenermi.
Io di figli non ne voglio, finchè non arriveranno, dicevo. Non lo volevo il vanto dell’attesa, ma prima ancora della speranza e ricerca. Volevo rimanere neutra, attraversare le cose e vedere cosa mi restava addosso, cosa riuscivo a trattenere senza sforzo. Un po’ come vivere in casa senza televisione o facendo a meno di fumare in compagnia per occupare le mani, eppure non per questo provare noia nei momenti di vuoto.

Scrivere ti fa bene, mi ha detto mamma giorni fa. Lo faccio già, le ho risposto. Non so se ne sia accorta, non penso. Di solito le mamme si accorgono quando le figlie non dicono la verità, o meglio, quando non dicono proprio le cose? Io di cose non dette ne ho così tante, forse pesano meno delle bugie.

Io un po’ le credo

A me non dispiace questa cosa che tutti gli articoli dell’ANSA sulla sindaca di Roma siano dei video. È un po’ come aprire una serie TV, una cosa a puntate dove la sindaca compare clemente e sorridente, anche con la mascherina addosso si vede che sorride, lo fa con le braccia. Ogni tanto distoglie lo sguardo dalla telecamera gesticolando, qualcosa non mi convince nei suoi piccoli gesti sociali, nei suo piccoli cambiamenti, piccoli ciondolini che porta al collo, ma io un po’ le credo. In mezzo ai palazzi condominiali con gli anziani attorno, durante l’inaugurazione della ciclabile di Ostia, al Campidoglio o su quella banchina del Tevere che è diventata come una fettina del Senna di Parigi, con l’erbetta fresca, gli irrigatori, qualche sdraio. Le credo come credo ad una collega e con questa collega, per fare un paragone di come vedo io la sindaca di Roma, lavoriamo in un posto, che so una pizzeria al taglio, e a me non piace molto come lavoro, l’ho fatto per l’affitto, per gli studi, mentre lei stravede per gli impasti, i tovagliolini e il registratore di cassa. Sembra quasi che farebbe quello per il resto della vita, anche se la pizzeria non è la sua. Sta lì da più tempo di me, ma due volte su tre nemmeno mi rivolge parola, a me che devo solo tagliare la pizza o al massimo chiedere quale pizza tagliare.

Allora io le credo, faccio quello che dice pure, anche se quando mi parla si rivolge alla pizza. Mi sta simpatica solo per quello, la mia collega, per il fatto che fa il suo, anche se per la maggior parte del tempo sono sola, io e la pizza

La cosa dei siti

Una volta avevo un altro posto dove pubblicavo post: era un dominio che mi aveva creato e regalato un mio amico programmatore prima della mia partenza per gli Stati Uniti, nel 2013. Me lo amministrava pure, così se per caso avevo troppi commenti spam, lui ci metteva un attimo dall’Italia a fare piazza pulita. Erano tempi in cui sapevo a malapena come centrare un’immagine al centro dell’articolo. Su vecchiosito.it ci scrivevo le mie giornate, degli americani e di cosa mangiavano o di cosa mangiavo io, delle ruote enormi dei SUV sulle autostrade. Quando poi sono tornata in Italia ho continuato a scrivere, ma mi sono accorta di essere diventata una persona permalosa e visto che nelle bozze salvavo spesso cose che poi alla fine non pubblicavo, e il mio amico programmatore aveva inziato, pure lui, a lasciare delle note, anche simpatiche, nelle mie bozze, io mi sono un po’ sentita come se mi guardassero nelle mutande e ho deciso di non rinnovare più vecchiosito.it.
Insomma, tre anni fa, il giorno dopo il giorno in cui mi è scaduto il rinnovo del dominio e io ho deciso di non rinnovarlo, ma aprire questo qui, mi è arrivata una mail in cinese, non in spam, nella posta principale, che ho tradotto con i metodi che avevo e ho scoperto che vecchiositoscaduto.it l’aveva preso in mano una compagnia costosissima di fast-fashion all’ingrosso, o qualcosa del genere, ci vendono magliette, cappotti. Chissà perchè me lo hanno fatto sapere, mi sono chiesta. Poi mi è successo un anno dopo, uguale: mail in cinese, vecchiositoscaduto.it rilevato da una compagnia di stoviglie, cose di casa. Che bello, ho pensato, eravate tutti in coda quindi, aveva un bel traffico vecchiositoscaduto.it. Chissà che ci vendono ora lì, vado a vedere. Niente, in vendita.
Comunque quel paragone delle mutande è una cosa che in russo si dice spesso. L’ho tradotta, rende abbastanza bene in italiano mi sembra.

Poco sostanziosa la Rassegna Stampa oggi, parlano solo dei banchi singoli e la notizia più interessante per ora è uscita alle 15.07:

Rassegna Stampa della Notizia Popolare

Io oggi inizio questa cosa della Rassegna Stampa della Notizia Popolare, una rassegna stampa del feed di notizie che da qualche mese mi compaiono sotto l’ora e la data, ogni volta che sblocco lo schermo, un plugin dell’ANSA che si è autoinstallato sul mio telefono con l’ultimo aggiornamento, non so nemmeno chi gli ha dato il permesso, io no di certo. All’inizio non avevo capito perchè proprio le statistiche del COVID-19 e non il meteo, la programmazione della Rai, la pubblicità di Subito. Due morti, tremila casi, quattromila asintomatici, tre in terapia intensiva ma con fratture, seicentoquattro multati sabato scorso, alcuni per eccesso di velocità sul lungotevere. Ad ogni sblocco statistiche in tempo reale. Dopo un po’ ho smesso di guardare il telefono come prima cosa appena sveglia, in cucina ho un orologio bellissimo, guardo quello.

Poi un giorno ho capito che oltre al bollettino potevo vedere anche altre notizie lì, in sovrimpressione sotto l’ora: un po’ dell’ANSA, un po’ di Repubblica, ma solo le prime quattro righe, che poi devi pagare.

Allora ieri mi sono accorta che le pubblicazioni erano quasi tutte su questi banchi che non arrivano a scuola, o arrivano in ritardo, o arrivano doppi e non va bene. Oggi già qualcuno aveva coniato incognita banchi, un binomio di parole che se l’avessero scritto un anno fa, sei mesi fa anche, che è l’incognita banchi? Quattro blocchi ANSA così, a distanza di un’ora, e in mezzo un po’ di maltempo nel Brennero, Musk che vuole entrare nel cervello umano entro la fine dell’anno e i tamponi gratuiti a Parigi domani, con le mascherine biodegradabili in arrivo, non gratuite.

Niente Trump in prima linea comedurante la quarantena, peccato quasi, di solito sono sempre molto creativi i sottotitoli e spezzano un po’. Domani vediamo che succede.

Stagionatura

E poi arriva un momento in cui i fatti accaduti hanno stagionato abbastanza e possono essere raccontati, tipo quella volta, era l’anno scorso, sul lungomare tra Messina e Catania mi stavano per affittare una casa a cento euro al mese, ma solo se l’avessi presa per un minimo di dodici mesi. Ecco, io ora starei facendo la mia ultima settimana, sul lungomare tra Messina e Catania, se avessi accettato.

Santa Lucia, adulting, enantiosemìa e come spendo i miei soldi conta(n)ti

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In foto: al verde

Venerdì 13, Santa Lucia. Ho ricevuto venti euro, più dieci. Che bello, giusto il tempo di ricordarmi che era il tempo di pagare l’affitto. Il gas. Il filtro per rendere la mia acqua del primo mondo potabile.

Allora, qui funziona che sto diventando grande, ma continuo a raschiare il mio personalissimo libretto dei risparmi, che altro non è che una cartellina blu, piccola tipo un libro Adelphi tascabile, ad anelli e pagine-bustine. Due banconote per bustina, nemmeno le conto, sono quasi tutte da cinque o da dieci. Non so quanto ho risparmiato negli ultimi anni, cinquecento? Seicento? Valgono i soldi spesi, nel conteggio dei risparmi?
La cartellina dieci anni fa faticava a chiudersi, dovevo proprio schiacciarla per farla entrare tra il dizionario Garzanti e le poesie di Caproni. Mi piaceva mettere da parte soldi che sapevo non mi sarebbero serviti adesso, ma magari dopo, o magari mai. A pensarci, è una bella prospettiva quella di non pensarci, ai propri risparmi.

Poi ho preso in affitto la Casetta Interna, il bilocale romano dove tuttora abito.
L’ho chiamato Casetta Interna perché è praticamente irraggiungibile dall’esterno se non si conosce il palazzo in cui è stato “ritagliato”. Ci si perde prima tra scale, porte e ancora altre scale.

Comunque, dicevo, raschiare. Raschiare è un termine che ha usato qualche tempo fa l’impiegata della mia banca, indirizzandomi in modo poco subliminale all’idea di iniziare a fare i bonifici online, invece di presentarmi ogni metà del mese in filiale con un mazzetto di banconote alto dieci centimetri.

– Così ci raschi gli ugelli del contabanconote –  ha detto.
Me la sono scritta questa frase, poi magari un giorno chiedo a Francesco, che una volta lavorava in banca pure lui nella mia filiale, prima di trasferirsi in toscana, anche se ora passa la maggior parte del tempo a coltivare e imbottigliare verdure. Chissà se gli sarà mai successo di farsi raschiare gli ugelli allo sportello.

Poi io, alla fine, l’ho imparato l’home banking. I contanti della cartellina blu li sto finendo tra spesa, biglietti dell’autobus e ingressi ai musei. Poi ho scoperto che al bar sono comunque sempre felici di vedermi quando arrivo con una bolletta da pagare e una piccola pila di banconote da cinque spillata sopra.

*

Nessuno parla di soldi, quando il discorso arriva ai soldi, però girarci attorno che bello, sia mai si riesca a cascarci, a scivolare su una banconota, così, per caso. Da dove verrà tutta questa riservatezza per qualcosa di così indispensabile e allo stesso tempo immateriale? Secondo me a questo punto si potrebbe anche iniziare a vedere il denaro anche come condizione semantica, invece di farlo passare soltanto per un sostantivo maschile.
Mi spiego meglio: c’è questa parola, enantiosemìa, che si riferisce alla caratteristica di certe parole (o anche intere proposizioni) di avere due significati opposti. È una specie di malattia linguistica, dove vince il senso che dai sul momento al contesto.

Un esempio è tirare. Si tira una corda, ma si tira anche un sasso. Anche ospite è una parola affetta da enantiosemìa, così come affittare.

Comunque venti euro, più dieci, per Santa Lucia. Per la prima volta da dieci anni, ovvero da quando mi sono staccata dalla casa dove sono cresciuta in compagnia di colazioni, pranzi e cene con parenti, calzini sparsi per casa e Natale con i tuoi, tutto il resto pure. Insomma ho lavorato, due ore. A volte faccio ripetizioni a dei bambini delle elementari: leggiamo storie, impariamo a contare bene bene, ci prepariamo per ricordare lunghe stringhe di numeri-pin per accedere all’home banking, tra una quindicina d’anni.

Ad ogni modo anche fare ripetizioni è anantiosemico.

PS: i dieci euro in più sono quelli che ho trovato all’angolo con il supermercato, poco dopo.

1/? (Cos’è una residenza artistica)

Non ho mai fatto una residenza artistica, non sono mai stata ospitata, accomodata su un letto e a tavola per permettermi di passare unarustico settimana davanti al nulla mentre diventa qualcosa, non ho mai usato il corsivo in questo modo per enfatizzare una cosa astratta che però vedo eccome e, soprattutto, non ho mai mangiato pasta e cavoli, prima d’ora.È buona e sazia fino al prossimo rustico.

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Quanto è difficile, sempre più difficile, viaggiare in treno e basta. Sedersi, guardare fuori dal finestrino, aprire un libro, poi sentire la nausea, richiuderlo e continuare a guardare fuori dal finestrino. Nel mio zaino ci sono più caricabatterie che matite e mentre il treno supera Cassino io apro Google Maps e mi chiedo “ma che sono questi bei laghetti?”. È Cassino, mi risponde Maps, ma non sono laghetti, sono canali d’acqua, pieni d’acqua, straripati. Allora mi è venuto in mente quel giorno di vent’anni fa, quando con nonna siamo andate in giro per campi a seminare chicchi di riso dalla busta del risotto, che io insistevo «vedrai che cresce». Aveva piovuto per dieci giorni di seguito in Friuli, dovevamo pur fare qualcosa per sgranchirci le gambe. 

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