Moving on

C’è stato un periodo, un periodo abbastanza lungo di sei anni, in cui lavoravo in un negozio enogastronomico dalle 12 alle 15 ore al giorno, tutti i giorni. Ogni tanto mi veniva offerto un giorno libero, quando capitava di finire a mezzanotte, soprattutto d’inverno. Lo passavo a leggere sotto le coperte, nel mio bilocale in affitto su Via Ostiense, o con qualche amico in giro per librerie e cinema di Roma. D’estate invece il lusso era non farsi dare alcun giorno di riposo e quindi a fine mese arrivare tranquillamente ad uno stipendio da far invidia a tutto il quartiere di Trastevere.
Era un periodo felice, faticosissimo e di sfruttamento fisico, ma la mente riusciva a rimanere limpida perfino al ritorno a casa, dopo aver cambiato quattro autobus e percorso due chilometri a piedi, con i polpacci doloranti e le mani spesso piene di tagli. Le mani in quel tempo le avevo rovinate, secondo me non sono mai tornate come prima. Tornassi indietro lavorerei con i piedi, lo giuro. Ma aprire scatole e mettere pregiate bottiglie di vino sugli scaffali, non è del tutto cosa da caviglie o dita dei piedi.

E oggi ripensavo al fatto che affrontare il terzo trasloco in due anni (il primo mio per me, il secondo per due e questo per tre) da sola, è una benedizione. Probabilmente da qualche parte qualcuno mi ha augurato la migliore tra le peggiori fatiche: quella fisica, della scelta e dello smistamento, del carico e dello sgombero di una casa, dentro un’altra casa.
Poteva andare peggio: avrei potuto perdere tutto in un incendio, dimenticarmi di pagare qualche tassa all’agenzia delle entrate, rompere un dente. Invece sono qui, faccio scatole mentre tengo a bada – non senza difficoltà – quella che sicuramente tra meno di una ventina d’anni si ritroverà a fare pure lei, scatole su scatole, per riprendere la propria vita in mano, da sola. Funziona così, mi sa.
Soltanto un piccolo fastidio, sulla punta della lingua, ma nulla che non si possa risolvere con una merenda a base di pane e formaggino, in due, al centro del salotto svuotato. Agata non capisce, eppure comprende che siamo io e lei, lei e io, e tutto il resto è contorno attorno. Quasi tutto il resto. Si diverte a entrare e uscire dalle scatole aperte da riempire, mi porta i rotoli della carta igienica dal bagno.
Per quanto riguarda me, invece, spero questo non sia l’ultimo trasloco. In fin dei conti non c’è niente di più provvisorio del definitivo.

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