1/? (Cos’è una residenza artistica)

Non ho mai fatto una residenza artistica, non sono mai stata ospitata, accomodata su un letto e a tavola per permettermi di passare unarustico settimana davanti al nulla mentre diventa qualcosa, non ho mai usato il corsivo in questo modo per enfatizzare una cosa astratta che però vedo eccome e, soprattutto, non ho mai mangiato pasta e cavoli, prima d’ora.È buona e sazia fino al prossimo rustico.

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Quanto è difficile, sempre più difficile, viaggiare in treno e basta. Sedersi, guardare fuori dal finestrino, aprire un libro, poi sentire la nausea, richiuderlo e continuare a guardare fuori dal finestrino. Nel mio zaino ci sono più caricabatterie che matite e mentre il treno supera Cassino io apro Google Maps e mi chiedo “ma che sono questi bei laghetti?”. È Cassino, mi risponde Maps, ma non sono laghetti, sono canali d’acqua, pieni d’acqua, straripati. Allora mi è venuto in mente quel giorno di vent’anni fa, quando con nonna siamo andate in giro per campi a seminare chicchi di riso dalla busta del risotto, che io insistevo «vedrai che cresce». Aveva piovuto per dieci giorni di seguito in Friuli, dovevamo pur fare qualcosa per sgranchirci le gambe. 

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Banchi di carico

Ho ritrovato una nota che ho preso qualche anno fa e che non ricordo di avere scritto, ma la scrittura è la mia, quindi okay, ci credo.

Pedalavo oggi e pensavo che ci sono dei bar, qui a Roma, ma penso ovunque, che sono solo composti dai baristi, dai banconi e dai caffè, tazzine di caffè.
Dei banchi di carico.

Sono antipatica, come sono antipatica

Ci mettiamo in fila, sempre che si possa chiamare fila una serie di aerei che aspettano a distanza di cento metri l’uno dall’altro, in tondo sulla pista di decollo.
C’è molto traffico di ali e code, le macchine di servizio sono quasi tutte delle Panda, anzi delle Pandine annata 92-95, rosse.
Prima di noi un Alitalia inizia a prendere la rincorsa, lo osservano tutti dal mio obló che sembra essere l’unico non chiuso dalla tendina. Ma perché le persone chiudono le tendine agli obló e le riaprono soltanto una volta tra le nuvole?

Per prendere posto ho fatto spostare a malavoglia un padre con figlio di sette anni.
– Esci Carlo, che la signora vuole sedersi al tuo posto.
– Ma devo proprio?
Con fatica si sono alzati, scalato di uno, sbuffato a turno e con sguardo da sei contenta ora? mi hanno lasciata passare sopra le loro ginocchia, fino al mio 24A-finestrino. Io mi sarei anche seduta laterale, anche se odio i posti accanto il corridoio, ma ho corso per tutto l’aeroporto perché all’ultimo hanno deciso di cambiare il gate. Sono inciampata perdendo un sandalo e proprio mentre stavo per intravedere all’orizzonte la scritta “Catania-boarding in chiusura” mi hanno chiamata in vivavoce perché qualcuno doveva aver trovato una carta d’identità che sembrava la mia, era la mia. Tenete le cose in tasche chiuse quando inciampate. Poi se uno mi sbuffa in faccia mentre recupero dalla tachicardia e mi preparo alla labirintite non ho mica voglia di essere gentile. Anche perché il posto accanto al finestrino l’ho pagato in supplemento, voglio vedere le nuvole e la costa che mi scorrono affianco mentre tutto dentro le mie orecchie inizia a girare. Almeno mi aggrappo alle ali con gli occhi. Da quando mi sono immersa forse troppo a fondo nel mare, qualche anno fa, gli aerei mi fanno questo effetto. Io li adoro, il mio corpo li odia.

Il grande Alitalia che ci precede, con sedili 4×3 è arrivato al limite dell’accelerazione, ora staccherà da terra la ruota portante del muso e finirà in pochi secondi fuori dalla visuale del mio obló, poi si accenderà il motore del nostro boeing, qualcuno si asciugherà le mani sudate sui braccioli facendo quel rumore tipico della pelle vera umida su pelle finta tirata, decolleremo e soltanto una volta tolte le cinture di sicurezza, tutti tireranno su le tendine.

Geco su Teflon antiaderente

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Piove da settimane, con brevi interruzioni pomeridiane, non ricordo più come si annaffiano i fiori in balcone. Sembra che questa parte d’Italia si sia scordata che a maggio non è autunno, forse sta facendo la scorta di acqua per l’estate.
In questi giorni sto seguendo un piccolo gruppo di illustrazione: tre bambini e tre mamme che temperano le matite colorate dei rispettivi figli, più io che raccolgo i trucioli che le mamme fanno cadere con i gomiti. I bambini disegnano nuvole, trattori e ricci, scriviamo storie dove i ricci si nascondono nei raggi delle ruote dei trattori e “le nuvole sono blu o verdi, perché riflettono la terra e il mare”, guardiamo fuori dalla finestra dell’aula affittata a dieci euro l’ora nei pressi della Laurentina.

Ho trovato un tondo di muffa verde sul soffitto in bagno, dietro la cassetta di scarico dell’acqua. Mai visto niente del genere, quasi una giungla in miniatura, con tanto di pallini gialli, tipo bulbi di tulipano. Roba piccola, metà palmo di diametro.
L’ho lasciata lì, sperando di vederla sfiorire con l’arrivo del bel tempo, non mi attirava l’idea di andare a interferire con l’ecosistema che si era creato, quando abiti da solo puoi anche fare finta di niente per un po’.
Così sono passati tre giorni, forse quattro, ieri poi, facendo la doccia, ho visto un geco a pochi centimetri  dalla muffa, non capisco come ci sia entrato in bagno, so che non amano molto l’umidità, così mentre mi insaponavo i capelli lo guardavo e pensavo a tutte le zanzare che sarebbero nate a giugno, dopo tutta la pioggia di aprile e maggio.
I gechi vanno matti per le zanzare e i ragnetti, poi questo era proprio magrolino, gli serviva un pasto abbondante.
Erano quasi dello stesso colore, il geco e la muffa, ma il geco aveva un’aria molto autoritaria, sicuramente più della muffa, attaccato alle piastrelle con una stabilità da fare invidia ai quadri appesi in casa. Non l’avrei cacciato, mi piacciono le zampe che ha, e mi sono ricordata che una volta, in seconda elementare, la maestra di matematica mi ha detto che i gechi camminano su tutto anche a testa in giù, tranne che sulle pentole antiaderenti perché sono di un materiale che si chiama Teflon, e io la settimana dopo, in una verifica di scienze, sotto la domanda “dove non funziona la gravità?” ho disegnato dei pianeti e una padella con un geco dentro.

Un velocissimo battito di palpebre inverso, dal basso verso l’alto, l’ho visto estrarre la lingua e passarla sopra quella sostanza lichenosa.
Ho spento l’acqua, agitato le tende, lui non si è mosso. Allora ho preso un’infradito e, allungando il braccio, avvicinata per provare a spostare il geco senza fargli male. Non penso quella muffa faccia bene, meglio le zanzare, poi magari con i tre bambini ci scriviamo una storia su di te.
Lui ha girato la testa dall’altra parte, verso la cassetta per lo scarico, ha staccato una zampa dal soffitto e si è lasciato cadere ai miei piedi, quasi rimbalzando sull’altra infradito rimasta a terra. Poi attraversando la doccia in diagonale è risalito sulle piastrelle e scrollandosi di dosso qualche goccia d’acqua, ha riconquistato il suo posto accanto alla muffa. Non si è più mosso. Sono entrata poco fa in bagno, è ancora lì.

 

Persone che non fanno niente (quindi fanno qualcosa)

Tempo fa sul n°16 della rivistaA4 (clic qui per scaricare il numero a colori) è uscito un mio micro racconto illustrato, chiamato “Persone che non fanno niente (quindi fanno qualcosa)” e denominato dalla redazione: “Graphic Short Story”.
Allora, io quando mi sono messa a disegnare la prima tavola (la prima di due, visto che la rivista è composta da un unico foglio A4), avevo già in mente tutte le scene e la primissima cosa che ho pensato è stata speriamo che mia madre non lo veda, questo numero, che poi ci voglio mettere in mutande una ragazza che mi assomiglia troppo anche se non sono io.

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Monolocale

L’ultima volta che ho pulito le finestre di casa mia, ho buttato una marea di post-it che di solito attacco sui vetri. Ecco, devo aver buttato via anche quelli sui quali avevo scritto le mie credenziali del sito e di altri sei o sette posti, tipo quella per farmi portare cibo a domicilio o la bellissima password dell’INPS con simboli e numeri.
Ora giuro, imparo tutto a memoria. Non si può neanche stare tranquilli con se stessi, quando si vive da soli.